lunedì 24 agosto 2026

L’Abitudine alla Violenza

Immaginiamo di vivere a Lampedusa. È agosto e, per qualche motivo, decidiamo di andare al cimitero, magari a commemorare un parente. Il sole del mezzogiorno è insopportabile, così procediamo spediti verso le tombe dei cari, sfruttando le poche zone ombreggiate. D’un tratto ci accorgiamo che davanti a noi è in atto una colossale inumazione: decine di bare, silenziose, vengono disposte vicino ai compagni di sventura. Ci troviamo davanti alla sezione degli “invisibili”, dove riposano i migranti morti in mare, senza nome e senza volto. Li guardiamo per un attimo, poi ripartiamo verso il nostro morto. Il sole ci sta cuocendo, e dopotutto, “ne muoiono a migliaia così”. 

È ovvio che per l’individuo alcuni decessi hanno un peso maggiore di altri. Legami parentali, di amicizia, d’appartenenza nazionale o ideologica: ciò che ci avvicina ad una persona diventa il motivo per cui alla sua morte accusiamo maggiormente il colpo. Le morti in mare invece, per dirne alcune, le consideriamo un flusso fatale. Ci fermiamo sulla costa a guardare la morte scorrere inesorabile, menzionata appena su un trafiletto del giornale oppure masticata in pochi secondi come ultima notizia, perché Striscia la Notizia non può farsi aspettare.

Ciò è sufficiente a giustificare l’indifferenza che proviamo davanti a date tragedie? 

Si potrebbero portare delle prove a difesa dall’accusa d’insensibilità.

Numero esiguo di morti? Improbabile. Alta età media? Beh, nel solo 2025 Save the Children attesta a 278 il numero di minori che hanno perso la vita nel “viaggio della speranza”.

Non servono alibi perché di colpevoli non ce ne sono. Esiste piuttosto una soglia oltre la quale la nostra capacità di reagire emotivamente sembra vacillare, e la società contemporanea non fa che abbassarla.

Le cause di questa indifferenza morale sono ben più complesse. Il nocciolo della questione risiede in un perenne stato di “psychic numbing” dell’uomo, come lo definisce lo psicologo Paul Slovic. Risvegliare una mente intorpidita quando notizie, statistiche, immagini e bombardamenti mediatici non fanno altro che alimentare il torpore non è affatto semplice.

2185 morti nel mediterraneo durante lo scorso anno, secondo le stime ufficiali. Un dato che non comprende pienamente naufragi fantasma, dispersi e morti mai registrate. Dati incompleti, dunque, davanti ai quali le cifre reali restano difficili da determinare. Numeri esigui, per carità: al massimo un altro migliaio.

Vi siete inorriditi leggendo il numero “2185”? Se la risposta è no, tranquilli, siete sani. Le vite perdono di significato perché facenti parte di una sterile statistica matematica che non restituisce ai deceduti la dignità di essere umani.

Quando l’individuo si trova davanti al dato, lo rielabora come “2185 deceduti”, non come “2185 persone che hanno perso una vita non meno complessa e degna della mia”. Ci è impossibile pensare, ad esempio, che esistano miliardi di persone dotate della nostra stessa fragilità e incoerenza umana, persone che affrontano come noi problemi di diversa portata, che amano, che odiano, che piangono.

È proprio a causa di ciò che non riusciamo a percepire la gravità delle tragedie su larga scala ( genocidi, crisi umanitarie, carestie), fallendo nell’empatizzare con chi ne soffre. Non è cattiveria, è la limitata capacità emotiva dell’uomo.

Se invece la sofferenza ha un immagine che la rappresenti, l’uomo è ancora in grado d’esserne mosso. 

Questo fenomeno psicologico è chiamato “effetto vittima identificabile”, alla base delle campagne pubblicitarie promosse dagli enti “no-profit” che raccolgono donazioni. Portiamo l’esempio delle associazioni che aiutano il Terzo mondo: difficilmente si limiteranno a dire che “ in Somalia oltre 6,5 milioni di persone vivono in una condizione di grave crisi alimentare a causa di siccità e conflitti”. A ben vedere è un numero sconvolgente, come se colpisse più di un italiano su dieci. Ma da solo non basta. Lo stesso problema verrà rielaborato attraverso una narrazione fatta di immagini scioccanti, vivide. Avremo davanti una bambina scheletrica, con la pancia gonfia, le mosche intorno agli occhi e due profondi occhi neri. “Lei è Maya, ha sette anni e non vivrà ancora a lungo senza il tuo aiuto. Dona al…”.

Lo spettatore donerà per salvare Maya e solo retroattivamente gli altri milioni di bambini.

 Anche le fondazioni che finanziano la ricerca medica si sono imbattute nello stesso fenomeno. Un celebre studio del 2005 condotto dagli psicologi Kogut e Ritov mostrò come le persone sono maggiormente disposte a donare per aiutare un singolo bambino malato di cancro, al posto di un gruppo di otto nella stessa condizione. A patto, ovviamente, che il singolo sia ben identificato: che abbia un nome, un volto, una storia.

La sensibilità dell'individuo si riduce significativamente anche solo con due vittime al posto di una. Dispiacersi per tre mila o più caduti in mare, oltretutto stranieri senza volto, diventa psicologicamente troppo impegnativo.

”The more Who die, the less we care” è la celebre massima di Slovic: più ne muoiono, meno ci importa.

Il discorso fatto per l’individuo vale, in parte, anche per la società. Si va a generare un’anestesia collettiva. Nella modernità liquida descritta dal sociologo Zygmunt Bauman mancano capisaldi dell’esistenza: tutto è precario, fluido, in continuo cambiamento. Anche le tragedie vengono consumate una dopo l’altra, senza lasciare il tempo di assimilarle emotivamente. Ne arriva un’altra, più fresca, più violenta, più appetitosa, servita dai mass media in tutte le salse. 

Sentiamo ancora una responsabilità morale? Di certo qualcosa si è ridotto.

Bauman chiamava questo processo “adiaforizzazione”: la progressiva sottrazione di eventi e azioni al giudizio morale. Non smettiamo necessariamente di sapere che qualcosa è terribile; smettiamo di comportarci come se lo fosse.

Il dolore altrui ci sfiora a malapena. C’è un omicidio a trenta chilometri da noi, ci sediamo e beviamo un caffé. I morti in mare diventano una cifra statistica che pesa come l’andamento della borsa. Un video di un naufragio appare sullo schermo. Swipe. Un gattino maculato e tenerissimo. Swipe. Un’altra notizia. Swipe. L’ennesimo trend, Swipe, un meme, Swipe, Swipe… in un minuto la tragedia è evaporata dalla nostra memoria. Non perché abbiamo il cuore calcificato, ma perché la nostra attenzione viene spostata altrove di continuo.

Nei rari casi in cui i migranti finiscono al centro del dibattito pubblico, vengono trattati come un problema logistico. Certo, ragionamenti tecnicamente pertinenti, ma che mostrano come la logica amministrativa sovrasta la questione umanitaria.

Ancor più spesso, diventano il ricettacolo della battaglia ideologica della politica italiana. Comunisti contro fascisti, Avengers contro X-Men, chi li difende e chi li attacca.

E intanto muoiono.

Terminando la nostra scappatina al cimitero, potremmo soffermarci un attimo davanti alle tombe appena colmate. Toccare le croci impiantate tra i sassolini, leggere un paio di nomi e vedere dei volti, qualora ci siano fotografie.

Poi potremmo tornare dal nostro morto. 

Il sole continua a cuocere. Le bare rimangono immobili. 

E dopotutto, ne muoiono a migliaia così.

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