martedì 3 marzo 2026

La felicità degli esuli iraniani non giustifica un intervento unilaterale

Immagine di Ali Khamenei, ex Ayatollah dell'Iran

O sei con noi, o sei contro di noi.

Questo è il sentimento che campeggia in questi giorni tra gli opinionisti nostrani, riscopertisi esperti di geopolitica dopo aver deposto la bacchetta da maestri d’orchestra, utilizzata fino a sabato sera. O sei a favore dell’intervento israelo-statunitense contro l’Iran, o sei con l’Ayatollah e i pasdaran.

Ma andiamo con ordine. La mattina del 28 febbraio un attacco congiunto di Stati Uniti e Israele ha colpito la Repubblica Islamica d’Iran nel tentativo di contrastarne il programma nucleare. Un eventuale dotazione dell’arma atomica da parte dell’Iran, considerato “attore instabile” nel Medio Oriente (soggetto politico che agisce in modo imprevedibile e pericoloso) costituirebbe non solo una violazione dei patti di non proliferazione, ma anche una minaccia per il mondo intero.

vigili del fuoco a Tel Aviv

L’Iran è una delle poche nazioni al mondo a maggioranza sciita. Lo sciismo è una corrente dell’Islam legato ad una lotta intestina del mondo musulmano in merito ai legittimi successori del Profeta Maometto. Figura centrale dello sciismo è il martire Husayn, oppositore della piega dinastica intrapresa intorno al VII secolo d.C. dal califfato di Yazid I. Egli infatti venne catturato, torturato, ucciso e poi decapitato dopo una lotta militare impossibile da vincere con l’obiettivo di evitare la corruzione morale dell’Islam. Tutt’oggi, il mondo sciita e l’Iran nello specifico si riconoscono in questa logica di accerchiamento, sentendosi portatori della verità e della giustizia.

Per gli sciiti, quindi, la lotta per la legittimità e l’esistenza non si esprime solo contro gli “infedeli”, ma anche contro gli stessi musulmani. Questo martirismo ha fatto sì che, poche ore dopo l’inizio degli attacchi del 28 febbraio, la nazione persiana rispondesse con bombardamenti a tappeto in tutti i principali paesi del golfo, rei di essere “eticamente corrotti”, cioè alleati degli Stati Uniti.

È probabilmente questo sentirsi portatori di eticità, purezza, incorruttibilità e giustizia che ha permesso all’Ayatollah Ali Khamenei di commettere le più efferate angherie nei confronti dei suoi stessi connazionali, condannando a morte per impiccagione in pubblica piazza una media di mille persone l’anno, oltre a duemila solo nel 2025. Le motivazioni utilizzate erano le più disparate, dall’infedeltà al regime alla “corruzione morale”, espressa attraverso una canzone hip hop o una ciocca di capelli che esce dall’hijab

Dal 1979, il regime degli Ayatollah Khomeini e Khamenei ha affamato, terrorizzato, torturato e ucciso gli iraniani, macchiandosi inoltre di rapimenti di Stato verso cittadini stranieri come quelli di Alessia Piperno e Cecilia Sala, entrambe detenute senza colpe nel carcere di Evin.

Le nuove generazioni, tuttavia, non sono disposte a sottostare al sanguinario regime degli ayatollah. Le crescenti minacce da parte di Trump di un imminente intervento contro le istituzioni della dittatura hanno acceso un fuoco di rivolta, trascinando folle gigantesche per le strade di tutta la nazione, guidate dagli studenti che sono riusciti a coinvolgere una grande fetta della popolazione, inclusa parte della polizia di stato. Più le dichiarazioni del Tycoon si fanno forti, più la folla si accresce, e più la folla si accresce, più la repressione diventa brutale. Ma la repressione non riesce a fermare la fame di libertà dei giovani iraniani, sostenuti dal mister President che sul suo social Truth li invita a rovesciare le proprie istituzioni: “l’aiuto sta arrivando; continuate a protestare”. È il 13 gennaio 2026, e il presidente USA promette un intervento quasi eroico a difesa della popolazione iraniana che stava urlando tutta la rabbia, accumulata in quasi 50 anni di regime del terrore, verso la Repubblica Islamica. 

Tuttavia, l’intervento eroico non arriva. La repressione si fa peggiore: militari che aprono il fuoco sulla folla disarmata, giovani arrestati e condannati a morte senza processo. Il sanguinario regime di Teheran miete altre 30 mila vittime. Più di 30 mila vite spezzate da un gioco politico, colpevoli di aver sperato in un futuro migliore quando il mondo glielo stava promettendo

Più di un mese dopo il mancato intervento, lo stesso Donald Trump ricorda, nel suo discorso sullo stato dell’Unione, le esecuzioni sommarie che si sono consumate. Ovviamente evita di ricordare come l’aiuto promesso non sia mai arrivato, come evita di scusarsi per le sue parole con cui, al tempo, affermava che “Le uccisioni in Iran si stanno fermando, si sono fermate” mentre queste continuavano indiscriminatamente. 

A fine febbraio iniziano i negoziati USA-Iran a Ginevra. Nello stesso discorso, il presidente a stelle e strisce afferma di preferire la via diplomatica, per la quale però è necessario che l’Iran garantisca di rinunciare a qualsiasi aspirazione nucleare. 

Ad anticipare i negoziati, tuttavia, c’è stato un ammassamento di forze militari aeree e navali statunitensi nelle proprie basi presenti nel golfo, in stati come l’Arabia Saudita, la Giordania, il Bahrain e gli Emirati Arabi Uniti. 

L’infruttuosità dei negoziati diplomatici, unita all’aumento delle tensioni avrebbe spinto la coalizione israelo-statunitense a lanciare un attacco “preventivo” su Teheran, la capitale persiana. 

La decisione sembrerebbe essere figlia di un lavoro portato avanti negli ultimi mesi dalla CIA. A quanto pare, l’agenzia di intelligence statunitense avrebbe tracciato gli spostamenti dell’Ayatollah Khamenei per diverse settimane, arrivando ad un punto di svolta quando fonti certe posizionavano il leader iraniano nella sua residenza al centro di Teheran insieme ad una serie di alti ufficiali del regime. Ciò offriva una finestra d’azione che avrebbe permesso, in un solo colpo, di decapitare i più alti ranghi della teocrazia. Quella stessa sera, in seguito agli attacchi l’ayatollah Ali Khamenei è stato dichiarato morto, e l’Iran ha promesso una violenta rappresaglia che ha finora coinvolto, oltre agli Stati alleati degli Stati Uniti già citati, anche Iraq, Libano e la base inglese di Akrotiri a Cipro. 

Ça va sans dire che il mondo non può che gioire della morte di uno dei più sanguinari dittatori che il nostro tempo abbia conosciuto, e a testimoniarlo è proprio la gioia degli iraniani sparsi in tutto il mondo, speranzosi in un futuro libero e democratico. Tuttavia, non si può lasciar passare sotto tono la gravità di un intervento unilaterale definito “preventivo”: il diritto internazionale vieta infatti l’utilizzo della forza “sia contro l’integrità territoriale, sia contro l’indipendenza politica di qualsiasi Stato”. È quindi la Carta dell’ONU, organizzazione di cui gli Stati Uniti sono tra i membri più importanti, con diritto di veto e seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza (unico organo, secondo la legge, in grado di approvare un attacco). Nessuno Stato può quindi arrogarsi il diritto di decidere la legittimità di un altro governo. Questa volta gioiamo, perché a cadere è un dittatore, ma continuare su questo trend di irriverenza verso il diritto internazionale è pericoloso. 

palazzo dell'Ayatollah in fumo

Un giorno, quando non sarà rimasto più nessuno a protestare, potrebbe toccare ad un leader democraticamente eletto, che agisce rispettando i dettami della sua Costituzione e nel rispetto dei diritti umani, reo però di opporsi agli interessi di questo o l’altro Stato. 

C’è un’altra questione da affrontare. Il rispetto dei diritti umani, la difesa delle popolazioni vessate e il ristabilimento della democrazia sono da sempre gli specchi per le allodole di Washington per giustificare attacchi in ogni angolo del mondo. Tuttavia, andando a vedere il recente precedente del Venezuela, i diritti umani perdono improvvisamente appeal quando l’ordine costituito, sia questo democraticamente eletto o barbaramente imposto, si allinea agli interessi statunitensi

Il gran clamore con cui era stata accolta l’azione dello zio Sam che aveva “restaurato la democrazia” in Venezuela con l’arresto di Maduro si è presto affievolito grazie ad un accordo di apertura economica verso il mercato occidentale. La leadership è rimasta strettamente legata all’era Maduro, con la presidente ad interim Delcy Rodríguez che ha mantenuto l’ufficio pur avendo fatto parte dei governi dell’ex dittatore. Trovato l’accordo, che altri interessi avrebbe l’amministrazione Trump a sporcarsi le mani in Venezuela? L’intervento USA-Israele potrebbe assumere gli stessi contorni in Iran: scongiurato (per ora) il programma militare, l’area potrebbe essere abbandonata alla sua sorte, col rischio di far nascere una forza ancora più integralista e anti-Occidentale. 

Veniamo poi alle nostre sponde: il governo Meloni, celebrante in pompa magna del ruolo di favore riservato all’Italica Nazione da parte dell’amministrazione Trump, ha dovuto fare i conti con la sua vera insignificanza: i nostri cugini d’oltreoceano ci riterrebbero infatti così importanti nello scenario internazionale da essersi dimenticati di avvertirci dell’imminente attacco. Ciò ha fatto sì che il ministro della difesa Guido Crosetto si sia ritrovato bloccato a Dubai, città tra l’altro tra le vittime dei bombardamenti iraniani, dove era andato ad incontrarsi con la sua famiglia. 

Ora facciamo un po’ di fantapolitica. Cosa sarebbe successo se i droni che hanno colpito la base cipriota, fossero invece stati diretti verso l’Italia? Cosa sarebbe successo se questi droni fossero stati lanciati sabato? L’Italia si sarebbe trovata a fronteggiare un atto di guerra aperta da parte di uno degli attori attualmente più instabili del panorama mondiale orfana del suo ministro della Difesa (non del ministro del Made in Italy o del ministro dello Sport, il ministro della Difesa). 

Se non ci fosse da piangere, ci sarebbe da ridere. La situazione non solo solleva forti interrogativi in merito alle fonti di intelligence italiane, rimaste totalmente all’oscuro dell’imminente attacco di paesi alleati, ma denuda anche il governo italiano di quel velo di Maya secondo cui l’Italia c’è, conta ed è la più amica tra gli amici europei degli USA. 

Il nuovo conflitto israelo-iraniano ci sbatte quindi in faccia le falsità che il nostro governo continua a propinarci. Magra consolazione da parte dell’esecutivo, conferma (qualora ce ne fosse ancora bisogno) un’affermazione del ministro Tajani: ormai, il diritto internazionale conta fino ad un certo punto, e coloro che dovrebbero farlo contare sono invece gli stessi che esultano ad ogni sua violazione.



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