Negli ultimi giorni, il quotidiano spagnolo El Mundo ha diffuso una presunta allerta della CIA su possibili attacchi di droni russi contro Italia, Spagna o Francia, a ridosso degli appuntamenti elettorali del 2027. La notizia, seppur prontamente smentita dal Ministro della Difesa italiano Crosetto, ha scatenato un’ondata di clamore mediatico attorno alla possibilità di nuovi attacchi contro l’Europa.
Sebbene incursioni di questo tipo sul Mediterraneo restino, secondo gli analisti, attualmente improbabili, le riflessioni che ne sono seguite rivelano un dato più profondo: la crescente percezione europea del rischio di un incremento di operazioni ibride russe nel continente. In tale clima di incertezza, emerge inevitabile una domanda: siamo già in guerra? Come ha recentemente osservato Alessandro Barbero alla Festa del Fatto Quotidiano, nella liquida contemporaneità “non si è smesso di fare le guerre, si fa [meramente] finta di non farle”: si annullano i formalismi novecenteschi, ma le ostilità proseguono attraverso nuove, mutate forme.
Nell’ultimo decennio, la Russia ha compreso come possa lentamente logorare l’Europa senza ricorrere a mezzi tradizionali, senza dichiarare alcuno stato di belligeranza ufficiale. La guerra tradizionale trasmuta, in tal modo, in guerra ibrida, in linea con il concetto di New Generation Warfare (guerra di nuova generazione) della cosiddetta “dottrina Gerasimov”, dal nome del suo presunto ideatore, capo di Stato maggiore generale delle Forze Armate russe.
L’idea, indipendentemente dai dibattiti sulla sua ufficialità, è semplice: al posto di affrontare i costi umani ed economici di una guerra sul campo ex abrupto, si punta preventivamente all’indebolimento del nemico mediante mezzi di guerra non convenzionali.
Tale strategia di logoramento dall’interno si risolve in guerra psicologica, realizzabile mediante macchinazioni mediatiche, cyberattacchi, sabotaggi nell’approvvigionamento energetico e strumentalizzazione dei flussi migratori.
Una delle prime e più eclatanti applicazioni di questa impostazione programmatica è stata resa nota al grande pubblico nel 2013, quando dei giornalisti investigativi russi del quotidiano indipendente Novaya Gazeta hanno scoperto l’esistenza di un’agenzia privata legata al Cremlino: l’Internet Research Agency. L’ente era parte integrante di un piano delineato dall’esecutivo di Mosca: saturare la sfera mediatica internazionale con commenti e interazioni di account troll, profili fittizi, al fine di interferire nei processi democratici dei Paesi avversari, alimentare le polarizzazioni nel dibattito pubblico e diffondere disinformazione geopolitica, giustificando la politica estera russa. Modus operandi considerabile come la perfetta concretizzazione del concetto di “flood the zone with shit”, come teorizzato da Steve Bannon, voce di riferimento della destra radicale americana, nel 2018: inondare lo spazio informativo con un continuo rumore di fondo, un flusso ininterrotto di post, meme e commenti fuorvianti con l’obiettivo di distruggere, tra panico e confusione, la verità oggettiva.
L’IRA è stata attiva dal 2013, con un’intensificazione delle operazioni tra il 2014 e il 2017, gli anni dell’annessione della Crimea, della campagna per le presidenziali statunitensi del 2016, nonché delle campagne russe anti-UE e anti-NATO rivolte al pubblico europeo.
Nel 2023 l’agenzia è stata formalmente dissolta, ma la strategia informativa russa non è mutata, si è semplicemente frammentata, con il coinvolgimento di diversi attori privati e pubblici che continuano a condurre operazioni di disinformazione.Tale strategia di guerra mediatica, come dimostrato, costituisce solo una parte di un più ampio programma russo di attacco alle democrazie e alle istituzioni sovranazionali occidentali. Queste tecniche sono già state applicate in Ucraina prima dell’annessione della Crimea e dell’esplosione del conflitto in Donbass, ma da tempo sono riscontrabili tentativi simili anche in Europa.
Dagli attacchi cyber ai sistemi informatici istituzionali e personali, come quello al Bundestag tedesco del 2015 e al Parlamento norvegese del 2020, e le varie operazioni contro i Ministeri italiani, alla crisi migratoria al confine polacco-bielorusso del 2021, scatenata dal regime filoputiniano di Minsk, la Russia sta applicando da anni strumenti di guerra ibrida all’Europa.
Tali espedienti consentono al Paese che li adotta di indurre una profonda destabilizzazione all’interno del territorio nemico a fronte di un minimo dispendio di risorse.
In particolare, effettuare un cyberattacco permette di mettere in crisi sistemi informatici su scala nazionale mediante il lavoro di un gruppo ristretto di persone, riducendo drasticamente, al contempo, le possibilità di identificazione del mandante rispetto a un’operazione fisica tradizionale.
Oggi, per un’Unione Europea con relazioni transatlantiche in crisi, si incrinano la fiducia e la sicurezza nel Patto Atlantico. Al fattore Trump, inoltre, si aggiunge l’ascesa di movimenti nazionalisti dichiaratamente antieuropeisti che intaccano dall’interno la coesione e la reattività dell’Unione, e degli stessi Stati Membri. Tali forze politiche, spesso precedentemente finanziate da o legate in modo opaco a società filogovernative russe o, perfino, al Cremlino stesso, contestando l’integrazione europea, polarizzando il dibattito pubblico, talvolta promuovendo narrative filorusse, contribuiscono a realizzare gli obiettivi putiniani direttamente dall’interno dei singoli Stati.
In sintesi, l’Unione Europea è vulnerabile ed esposta alla volontà di potenza russa come mai prima dal termine della Guerra Fredda. Tale condizione critica è confermata dal recente aumento, in quantità e gravità, di attacchi fisici, confermati o ipotetici, a Stati europei: dal ritrovamento ad agosto di un drone esplosivo all'aeroporto di Lipsia, alla sospetta esplosione di una fabbrica di munizioni destinate all’Ucraina in Lazio, senza contare le sempre più numerose violazioni dello spazio aereo europeo da parte di droni russi.
La recente riconferma, per quanto artificiosa, della maggioranza di Russia Unita, il partito di Vladimir Putin, nella Duma, la camera bassa del Parlamento di Mosca, sottendendo una facciata di appoggio dei votanti alle operazioni belliche, potrebbe accrescere la possibilità di intensificazione di operazioni ostili da parte del Cremlino.
L’apparente stabilità del sistema politico russo potrebbe tradursi in una maggior pressione nei confronti dell’Unione Europea, oltre che dell’Ucraina.
Alla luce di questi elementi, è opportuno riproporre la domanda iniziale: possiamo considerarci già in guerra contro la Russia? Per rispondere adeguatamente, dovremmo forse riconsiderare le nostre categorie belliche tradizionali. Non è necessario che la Russia instauri formalmente un conflitto con l’Unione Europea, il conflitto è già presente ogni giorno e, come dimostrato, passa per meccanismi indubbiamente meno eclatanti rispetto a operazioni su larga scala.
In un quadro così complesso, parlare di guerra non significa, però, evocare scenari necessariamente catastrofici. La sfida, oggi, non sembra consistere nel prepararsi a un’escalation militare, bensì risiede nell’individuare la natura delle ostilità che l’Europa già subisce su nuovi fronti, cercando di dotarsi di altrettanto nuovi strumenti di lettura e neutralizzazione delle pressioni russe. La risposta non deve essere il panico, ma, forse, lacostruzione di un’Unione più forte, coesa e indipendente, capace di affrontare situazioni critiche senza dover ricorrere all’esercizio della forza militare o a narrative belliciste. Si tratta, in definitiva, di rafforzare una difesa ibrida affinché non vi sia la necessità di tramutarla in difesa tradizionale.
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