venerdì 9 ottobre 2026

Che Guevara

La Havana, Plaza de la Revoluciòn, 18 ottobre 1967 sono passati nove giorni dall’uccisione di Ernesto “Che” Guevara. Fidel Castro tiene un discorso commemorativo davanti a una folla oceanica e descrive la morte dell’amico e compagno d'armi così:

“Ci sono persone che non muoiono mai; individui dalla presenza così forte, potente e intensa da rendere impossibile concepire la propria scomparsa”.

La notizia corre, arriva in Europa e “rabbuia” una stanza di Bologna dove il ventisettenne Francesco Guccini scoprì “a brutto grugno, che Guevara era morto”.

Ebbene sì: “In un giorno di ottobre, in terra boliviana, era tradito e perso Ernesto Che Guevara”. Il trauma fu tale che Guccini gli dedicò una canzone intera in cui ad essere descritto non è solo il momento della morte, ma l’evoluzione della lotta contro il sistema, quella lotta che Guevara aveva incarnato con coerenze estrema.

Ma per quale motivo un giovane bolognese, e con lui un’intera generazione che l’anno successivo mise a soqquadro l’Europa, rimase così traumatizzato dalla scomparsa di Che Guevara? Come nasce un mito politico e perché sopravvive alle contraddizioni dell'uomo reale? Chi era il “Che”?

Tutti abbiamo negli occhi la foto del “Guerrillero Heroico”: barba e capelli folti coperti dall’inconfondibile basco, ma soprattutto quello sguardo che sembra andare oltre, rivolto verso la prossima rivoluzione. Quello è uno sguardo di chi non si accontenta, di chi è pronto a rinunciare a tutto e a mettere il corpo. Quello sguardo insomma, racchiude la vita del Che: nato in una benestante famiglia argentina dove può permettersi di studiare per diventare medico e nel contempo leggere i classici progressisti che trova nella libreria della madre Celia, attivista e politica. In pratica il nostro Ernesto, non ancora Che, aveva tutte le carte in regola per diventare ciò che potremmo definire un “radical chic”, ma prende una decisione poco convenzionale: nel 1950 prende una bici elettrica alla volta dell’Argentina Settentrionale per scoprire una società profondamente ingiusta e diseguale.

A questo viaggio ne seguirà un altro che interesserà gran parte del Sud America e dell’America Centrale con destinazione finale Guatemala, dove vede con i propri occhi il colpo di stato orchestrato dalla CIA ai danni del presidente Jacobo Arbenz, colpevole di intaccare gli interessi della United Fruit Company.

Da quest’evento Ernesto Guevara arriva a una conclusione: l’imperialismo statunitense è il veleno e il marxismo e la lotta armata sono l’antidoto. Costretto a rifugiarsi a Città del Messico, incontra un gruppo di esuli cubani e viene a conoscenza della terribile situazione nell’isola guidata da Fulgencio Batista e Fidel Castro, capo di quei ribelli, lo arruola. E’ amore a prima vista.

Il resto è Storia, Batista viene rovesciato e i castristi fanno strage dell’Antico Regime e di chiunque non la pensasse come loro: “processi rivoluzionari”, la Cabaña, la violenza politica, la repressione degli opposizioni, l’indottrinamento ideologico e gli immancabili campi di lavoro a Guanahacabibes. Una “prassi rivoluzionaria” a cui Guevara, diventato nel frattempo “Che”, partecipa attivamente con un ruolo di primo piano. Qui arriva la domanda delle domande: la violenza è una degenerazione della rivoluzione oppure ne è parte integrante fondamentale? In sintesi, la rivoluzione può prescindere dalla violenza?

Il nostro viaggio potrebbe terminare qui, semplicemente con un uomo che sfrutta la situazione e il malcontento popolare per arrivare al potere con un colpo di mano…ma non è così: perché Che Guevara è, come lo definì Peron, un “immaturo utopista” e dopo unadisastrosa parentesi come presidente della Banca Nazionale e come ministro dell’industria (la politica non era evidentemente il suo forte) vola dall’altra parte del mondo, in un continente che, come il suo Sud America, viene da secoli colonizzato, sfruttato e destabilizzato dai più potenti vicini situati più a nord, l’Africa. Più precisamente va in Congo, che però ha in comune con Cuba solamente l’iniziale: le differenze etniche e la ritrosia della popolazione davanti al progetto rivoluzionario determinano il fallimento dell’esperienza (il primato di “eroe dei due mondi” resta quindi al nostro Garibaldi). Questo però non lo scoraggia e arriva la decisione di "esportare la rivoluzione" in Bolivia, dove il mito di Guevara viene definitivamente sancito con la sua definitiva sconfitta: il 9 ottobre 1967, a 39 anni, “con cento colpi è morto Ernesto Che Guevara”.

L’aura attorno al rivoluzionario mette in difficoltà le forze boliviane: “come dimostriamo che è morto?”. La scelta è di mostrarlo al mondo intero: il corpo viene lavato ed esposto pubblicamente e la stampa viene chiamata per documentare. Gli effetti di quella decisione si ritorceranno contro l’esercito boliviano perché l’immagine che viene restituita è quella di un martire, a morire infatti è il suo corpo ma non l’idea: “Ernesto Guevara è morto, Viva il Che”.

È curioso poi osservare una foto di quel giorno: disteso su un tavolo, scoperto dalla pancia in su, ricorda (in maniera quasi inquietante) il “Cristo Morto” di Andrea Mantegna.

“Ei fu.

Siccome immobile,

dato il mortal sospiro,

stette la spoglia immemore

orba di tanto spiro”

“Il cinque maggio” di Alessandro Manzoni

Che Guevara è morto giovane, bello (come tutti gli eroi d’altronde), senza aver visto il fallimento del sistema sovietico, senza essersi sporcato le mani con la politica, col compromesso; ciò che ha fatto lo ha fatto con coerenza portata alle sue estreme conseguenze, rinunciando una volta alla carriera e a una vita tranquilla e una volta al potere. E credo sia proprio questo il motivo per cui sulle magliette, sulle bandiere e sui poster delle rivolte del 68 non c’è altra faccia se non la sua.

In maniera un po’ provocatoria (e forse blasfema), lo si potrebbe paragonare a un santo: non nel senso religioso del termine, ma nel senso più antico e simbolico della parola, una figura che diventa esempio attraverso la propria condotta, che testimonia ciò in cui crede con la vita e le opere e che, attraverso il sacrificio e il martirio, finisce per sopravvivere alla propria morte. Un San Francesco col basco e la pistola.

Un uomo d’azione che predica la rivoluzione e combatte, che predica il sacrificio e rinuncia, che predica l’internazionalismo e lascia Cuba. Che muore per un’idea.

La violenza rimane. Le esecuzioni rimangono. La repressione rimane. Ma il mito batte la storia: non devi conoscere Cuba, il marxismo, La Cabaña, la teoria del foco o dell’uomo nuovo per riconoscere quella faccia come sinonimo di ribellione. La rivoluzione non supererà mai i confini di Cuba, che sarà circondata da spietate dittature militari per decenni essendoanch’essa un’orribile dittatura, ma basta vedere quella barba, il viso fermo e il basco per esclamare come Di Caprio in “Una battaglia dopo l’altra”: “VIVA LA REVOLUCÌOOOON”.

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