Il Senato ha detto sì, ora tocca alla Camera: voto finale atteso l'8 ottobre. Le opposizioni sono pronte a fare muro, ma se lo scontro finisce in un nulla di fatto le conseguenze non sarebbero solo politiche.
La legge elettorale italiana sta per cambiare per la sesta volta dal dopoguerra. La riforma voluta dal governo Meloni, ribattezzata dalle opposizioni “Melonellum” e nota al grande pubblico come Stabilicum, ha già superato l'esame di Palazzo Madama e attende ora il via libera definitivo della Camera. Il Senato ha approvato il testo il 15 settembre con 113 voti favorevoli, 71 contrari e 2 astenuti, tra le proteste delle opposizioni in Aula. Il provvedimento è tornato a Montecitorio, dove da oggi e fino al 30 settembre la commissione Affari costituzionali vota gli emendamenti presentati dalle opposizioni, prima che il testo approdi in Aula: il centrodestra punta al via libera definitivo entro l'8 ottobre. Un percorso già segnato da tensioni interne alla maggioranza: a metà luglio, durante il primo passaggio alla Camera, un emendamento chiave sulle preferenze era stato bocciato per un solo voto, 188 no contro 187 sì, a scrutinio segreto, in una seduta che per qualche ora aveva fatto vacillare la tenuta del governo.
Le nuove regole del gioco
Il cuore del nuovo sistema resta un proporzionale corretto da un premio di maggioranza: la coalizione o la lista che raggiunge almeno il 42% dei consensi in entrambi i rami del Parlamento ottiene 70 seggi aggiuntivi alla Camera e 35 al Senato, fino a un tetto massimo di 220 deputati e 113 senatori. Se nessuno supera questa soglia, o se Camera e Senato restituiscono maggioranze diverse, il premio non scatta e si applica il proporzionale puro, con soglie di sbarramento confermate al 10% per le coalizioni e al 3% per le liste singole, corrette da un meccanismo di ripescaggio per la lista sotto soglia più votata. Scompaiono i collegi uninominali introdotti dal Rosatellum: l'elettore non sceglierà più un candidato di collegio, ma solo il simbolo di partito. Rispetto al testo uscito dalla Camera a luglio, durante l'esame al Senato è stato reintrodotto un margine di scelta: le liste restano guidate da un capolista bloccato, seguito da altri sei nomi tra cui è possibile indicare fino a tre preferenze. Resta invece confermato l'obbligo di doppia candidatura, nel listino di coalizione e nel collegio plurinominale, oltre al voto per i fuorisede e a nuove circoscrizioni dedicate agli italiani all'estero.
Le opposizioni non ci stanno
Il fronte del centrosinistra, formato da Pd, M5s, Avs, +Europa e Iv, ha depositato circa 63 emendamenti in commissione, buona parte dei quali firmati congiuntamente: chiedono preferenze piene, senza capilista bloccati, alternanza di genere in lista e regole più stringenti sulla raccolta delle firme. La segretaria dem Elly Schlein ha promesso battaglia, annunciando che l'opposizione “farà muro” contro una riforma che considera pensata solo per blindare il potere della maggioranza, mentre dal Movimento 5 Stelle il giudizio sulla legge resta netto: un impianto ritenuto pericoloso perché allontanerebbe ulteriormente gli eletti dagli elettori. Anche a destra dello schieramento di governo arrivano critiche: Roberto Vannacci, con Futuro Nazionale, chiede preferenze senza capilista bloccato e ha già annunciato voto contrario. Non tutte le opposizioni convergono però sulla stessa ricetta: il segretario di +Europa Riccardo Magi ha proposto in passato un ritorno a un sistema sostanzialmente maggioritario, sul modello del Mattarellum, come garanzia di stabilità alternativa al premio di maggioranza, un'ipotesi che la maggioranza non ha mai preso in considerazione.
E se salta tutto?
Trattandosi di una legge ordinaria, non serve una maggioranza qualificata: il centrodestra può approvarla anche senza il sostegno delle opposizioni, un'ipotesi più volte richiamata dal governo nei mesi in cui il negoziato sembrava in stallo. Politicamente, però, una riforma delle regole del gioco scritta da una sola parte del Parlamento rischia di apparire come uno strumento di parte, tanto più in un sistema che ha già cambiato legge elettorale svariate volte dal dopoguerra. Se il testo dovesse invece essere respinto in una delle ultime letture, si aprirebbe una crisi dentro la stessa maggioranza, con la conseguenza di rendere meno remota l'ipotesi di elezioni anticipate: uno scenario che al momento resta considerato poco probabile, ma non più del tutto teorico, viste le tensioni già emerse a luglio sul voto segreto.
Quando si vota, allora?
Anche una volta approvata definitivamente, la nuova legge non cambierà da sola la data delle urne: la scadenza naturale della legislatura resta fissata al 2027. Tra i meloniani circola da mesi l'ipotesi di un election day in primavera, da accorpare al maxiturno delle comunali che coinvolgerà città come Roma, Milano, Torino, Napoli e Bologna, oppure di attendere l'autunno per sfruttare al meglio il nuovo premio di maggioranza. Nel ragionamento della maggioranza, il nuovo sistema dovrebbe soprattutto scongiurare il rischio di lunghe fasi di stallo dopo il voto: un dirigente di Fratelli d'Italia ha ricordato in Aula come, con le regole attuali, l'Italia rischierebbe di restare “novanta giorni senza un governo”, uno scenario che il premio di maggioranza, una volta superata la soglia del 42%, dovrebbe rendere meno probabile.
Non è la prima volta (e non sarà l'ultima)
Se approvato, lo Stabilicum sarebbe la sesta legge elettorale della storia repubblicana, dopo decenni in cui il sistema politico italiano ha alternato modelli molto diversi tra loro. Dal 1993 al 2005 ha governato il Mattarellum, che assegnava tre quarti dei seggi con un sistema maggioritario in collegi uninominali e il restante quarto con un recupero proporzionale, spingendo il sistema verso una logica bipolare. Gli è succeduto il Porcellum, proporzionale con liste bloccate e un forte premio di maggioranza, con cui si è votato nel 2006, nel 2008 e nel 2013, prima che la Corte costituzionale lo dichiarasse parzialmente incostituzionale nel 2014, per l'eccesso del premio e l'assenza di qualunque preferenza. L'Italicum del 2015, pensato solo per la Camera nella prospettiva di una riforma costituzionale poi naufragata, non è mai stato applicato alle elezioni politiche. Dal 2017 è in vigore il Rosatellum, il sistema misto, con una quota di seggi assegnata in collegi uninominali e la restante parte con il proporzionale a liste bloccate, con cui si è votato nel 2018 e nel 2022 e che la nuova riforma, se confermata dalla Camera, è destinata a sostituire. Un'ultima precisazione, perché il conteggio “sesta legge elettorale” è quello più citato ma non è l'unico possibile. Tra il 1948 e il 1993 il sistema fu proporzionale con una sola, breve eccezione: nel 1953 il governo guidato da Alcide De Gasperi fece approvare la cosiddetta “legge truffa”, che assegnava il 65% dei seggi alla Camera alla coalizione capace di superare il 50% dei voti validi. Il premio, però, non scattò mai: i partiti di governo si fermarono al 49,8%, per una manciata di voti, e la legge fu abrogata l'anno successivo, con un ritorno immediato al proporzionale puro rimasto in vigore fino al Mattarellum. Si è trattato quindi di una legge realmente approvata e promulgata, anche se il suo meccanismo centrale non fu mai applicato in pratica. Chi la considera un sistema a sé, e non una semplice parentesi del proporzionale, arriva a contare non cinque ma sei sistemi elettorali prima di oggi: in questo caso lo Stabilicum, se confermato, sarebbe non la sesta ma la settima legge elettorale della storia repubblicana.
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