Maggio 2006. In Italia si respira già l’odore di sabbia, di salsedine, di zucchero filato, d’estate. Tra un mese inizia il mondiale che ci vedrà trionfare. Intanto, un ventiseienne napoletano fa il suo esordio letterario con “Gomorra”, edito Mondadori. Inizialmente passa inosservato; in qualche libreria lo inseriscono nella sezione “turismo”, dato il sottotitolo “viaggio nell’impero economico…” eccetera eccetera. Poi avviene la magia dell’inaspettato, il sogno d’ogni scrittore. Il libro inizia a circolare. In un anno è sulla bocca di tutti.
A vent’anni di distanza dall’uscita, “Gomorra” ha venduto circa 10 milioni di copie ed è stato tradotto in più di 50 lingue. Dal libro, l’omonima serie di grandissimo seguito. Oggi Roberto Saviano è uno degli intellettuali più autorevoli del panorama italiano e non solo. Un best seller. Anche per chi non sa com’è fatta la copertina, Saviano è “quello di Gomorra”: un personaggio che trasmette una specifica immagine di sé. L’immagine di un certo modo di sfidare il potere, della lotta alla mafia, della resilienza con cui lo scrittore difende ciò in cui crede. E poi c’è il “dark side of the moon”: le intimidazioni mafiose in tribunale, la scorta, e una vita trascorsa all’insegna dell’apprensione.
Non è sufficiente per l’intellettuale esternare il proprio pensiero. Una volta ottenuto il riconoscimento dalla società, non potrà più tradire l’unica dimensione con cui viene letto: quella che l’ha consacrato. Cambiare idea, contraddirsi, significa rischiare di perdere autorità.
Ma quando è avvenuto tutto ciò? Quand’è che la figura dello scrittore ha indossato per la prima volta la toga del dibattito pubblico, così stretta da scoprire di non poter muoversi liberamente?
Uno dei casi più celebri è quello di Émile Zola. Lo scrittore francese si trovava paradossalmente nella posizione opposta a quella di Saviano: aveva già moltissimi estimatori in patria e in Europa. Poi ci fu “l’affaire Dreyfus”, alla fine dell’800. Capitano di origine ebraica, Alfred Dreyfus si trovò da un giorno all’altro a dover respingere l’accusa di spionaggio con la quale avrebbe favorito i tedeschi. Chiesa, borghesia, popolo, diverse fazioni politiche: in molti lo accusavano, spinti da motivazioni differenti. Zola si schierò a favore della sua innocenza. Da lì le accuse di diffamazione, il processo, l’esilio, la gogna mediatica. Zola tornerà in Francia nel 1899, la riabilitazione di Dreyfus avverrà solo nel 1906. Lo scrittore morirà tra le critiche, prima che venisse accertata l’innocenza del capitano.
Pasolini porta questa frizione interna alle estreme conseguenze. Il pensatore friulano ha combattuto tutta la vita per conservare la sua natura “corsara”, libera da ogni fazione politica, rendendo conto solo al proprio pensiero. Omosessuale, scomodo, contro la civiltà dei consumi che si andava formando, per alcuni visionario. Un uomo che non si è mai tirato indietro nelle questioni sociali che attanagliavano gli anni ‘70. Ricordiamo il celeberrimo intervento sul Corriere della Sera del ‘74, “Io so”, con cui affermava di conoscere i responsabili degli attentati che stavano devastando il Paese, pur ammettendo di non disporre di prove. In un articolo del ‘68 sulla rivista “Tempo”, Pasolini critica senza mezzi termini la figura dell’intellettuale, definendolo un “buffone di un popolo e di una borghesia in pace con la propria coscienza e quindi in cerca di piacevoli evasioni”. Una figura così scomoda non poteva che morire in circostanze tuttora ambigue.
Cosa ci dicono questi tre casi, apparentemente lontani tra loro? Una cosa semplice: l’intellettuale ha problemi con la sua autorità. Senza di essa sarebbe un eccentrico scrivano notturno, per quanto brillante. Ma proprio a causa di essa si trova incastrato in un personaggio che non può tradire, invischiato nei meccanismi della società che tende sovente a criticare. E l’autorità gli viene conferita dal popolo, dai lettori, oggi dal pubblico digitale. Dal mondo sociale.
Ora facciamo un gioco di ruolo, ideato da un certo Pierre Bourdieu, game designer e a tempo perso sociologo. Si chiama la “teoria dei campi”. Scegliamo come personaggio Saviano, ci piace il suo sguardo tagliente. Egli se la dovrà cavare nel “campo letterario”, uno dei tanti pianeti che formano la galassia della Società. Questo spazio è definito dalle proprie leggi interne, ed è il terreno di scontro degli individui che ne fanno parte: qui si compete per posizioni, potere e capitale. Le regole per vincere nel campo letterario però, divergono da quelle degli altri pianeti. Essendo un “mondo economico al contrario”, il capitale monetario passa in secondo piano: la valuta più importante è il riconoscimento.
Per affermare la propria voce, per sgomitare in un campo che anno dopo anno diventa più angusto, il nostro Saviano si dovrà arricchire di capitale simbolico, di prestigio e autorità. Lo accumula esponendosi pubblicamente, diventando una voce scomoda e al contempo credibile. La scalata al successo sarà più difficile del previsto: man mano che cresciamo, diminuisce la soglia dell’errore e aumenta la pressione. Bisognerà marciare sulle strade battute e tenersi alla larga da quelle più impervie. Ormai Saviano si è fatto un nome. Qualora arrischiassimo una mossa e questa non venisse presa bene dagli abitanti della galassia, potremmo perdere tutti i progressi.
Girano storie di un personaggio ormai datato, Albert Camus. Osso duro. Aveva fatto dell’integrità morale la sua arma principale. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, il “modello URSS” era rispettato e ammirato da gran parte dell’Europa rossa. Nel ‘51, Camus scrisse “l’uomo in rivolta”. Condannò la convinzione secondo cui una rivoluzione violenta fosse necessaria per un futuro migliore: in sostanza, il fine non poteva giustificare i mezzi. La pubblicazione del libro contribuì alla rottura con un altro personaggio del campo, amico e collaboratore, Jean-Paul Sartre. Camus si allontanò sempre più dagli ambienti filo-sovietici, inimicandosi una parte del mondo intellettuale. Perdendo una generosa fetta del proprio capitale simbolico.
Ma torniamo a Saviano. Riprendiamo il gioco. Ci troviamo in uno studio televisivo, seduti in una comoda poltrona in velluto bianco, davanti a un Fabio Fazio come al solito accomodante. Terminata la presentazione del nuovo libro, il conduttore ci pone una domanda un po’ più personale. “Stamattina hai detto che sei oppresso dalla solitudine, che hai sprecato la vita e quante volte hai pensato: basta, la faccio finita. Non è un po’ troppo?”
Un silenzio teso dilaga nello studio. Brillano le calvizie sotto i fari accecanti. Facciamo un bel respiro. “Vedere la propria figura in una specie di immagine fissa, essere bersaglio, diventare simbolo, di fatto impedisce la possibilità di libertà. …Chiunque prende posizione, chiunque sa che sarà, come dire, critico verso il potere, paga un prezzo che uno scrittore non dovrebbe pagare mai. La libertà di poter scrivere. …Sprecare la vita significa aver speso gran parte della tua vita in un’immagine, in un ruolo su cui vieni valutato. …Chi non ha reputazione vince. Sono io che ho voluto fare questa battaglia, sono io che mi sono distrutto la vita, quindi non do’ la colpa a nessuno.”
Stavolta il silenzio è carico di ammirazione. Uno spettatore inaugura l’applauso. Lo sciame segue il gesto, aumentano i decibel. Pacche sulla spalla, strette di mano, complimenti. Salutiamo Fazio e usciamo dallo studio. Sentiamo però un fastidio alla gola, sotto il colletto della camicia. C’è qualcosa che stona nelle nostre parole. “Chi non ha reputazione vince”. Di certo, vince nel gioco della vita. Un povero sconosciuto può permettersi di essere incoerente, di sbagliare, di sparire se gli va. Perché?
Perché nessuno lo ascolta.
Saviano però si è messo in gioco nel campo letterario, con grande successo. Saviano non è solo vittima passiva del sistema, ma anche e soprattutto prodotto del sistema che critica. E ogni gioco ha le sue regole.
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