La biografia di Lyndon Johnson, 36esimo presidente degli Stati Uniti, scritta da Robert Caro si prende un migliaio di pagine di spazio per raccontare i 12 anni circa di permanenza di LBJ al Senato degli Stati Uniti, più precisamente nel terzo volume della saga, “Master of the Senate”. Le prime 120 pagine circa del libro sono dedicate alla trattazione di una (neanche troppo) sintetica storia del Senato americano, in cui vengono riepilogati i momenti fondamentali della Camera Alta statunitense dalla fondazione agli anni ’40 circa.
Due caratteristiche fondamentali che i Padri Fondatori decisero di dare al Senato furono la sua natura (forse fin troppo) egualitaria, concependolo come un luogo in cui degli “ambasciatori” dei singoli Stati, indipendentemente dalla dimensione, dalla popolazione, dall’importanza economica, potessero riflettere e discutere profondamente in condizioni di perfetta parità, con uno Stato piccolo come il Rhode Island rappresentato con lo stesso numero di persone dello Stato di New York o del Texas, oltre alla natura indiretta della sua rappresentanza. I senatori, inizialmente, venivano eletti ogni sei anni (con un mandato più lungo di quello del Presidente) dagli organi legislativi statali senza essere scelti direttamente dal popolo, pratica che verrà resa obbligatoria solo all’inizio del ventesimo secolo con l’introduzione del Diciassettesimo Emendamento della Costituzione, che rese obbligatoria l’elezione popolare e diretta dei senatori.
In sostanza, quindi, il Senato nasceva per essere una camera di raffreddamento “al sicuro” dalle pulsioni dell’opinione pubblica, in cui gli uomini migliori di ogni Stato potessero decidere sulle grandi questioni senza doversi sottomettere al giudizio dell’elettorato ogni due anni come i colleghi della House of Representatives. Questa caratteristica, soprattutto se collegata alle importanti attribuzioni affidate esclusivamente al Senato, tra cui l’approvazione dei trattati e delle nomine per il Gabinetto, avrebbe dovuto garantire una qualità istituzionale superiore, in grado di poter servire l’interesse pubblico prima di quello di partito o degli elettori dello Stato di provenienza del senatore.
Questa necessità, per decenni, è stata riconosciuta dagli elettori, che costantemente e in grandi proporzioni praticavano il cosiddetto “vote-split”, banalmente un voto disgiunto tra voto presidenziale e voto per il candidato al Congresso. Questa pratica, molto frequente tra gli elettori fino al 2010 circa, dimostrava che gli elettori riuscivano, nelle elezioni per il Congresso, a guardare alla persona piuttosto che al partito. Tra il 1992 e il 2011, nonostante 5 elezioni presidenziali costantemente dominate dal partito repubblicano, lo Stato del North Dakota era rappresentato da due senatori appartenenti al partito democratico.
Da qualche tempo a questa parte, però, questo processo è andato scemando, portando essenzialmente alla sovrapponibilità delle mappe presidenziali e delle elezioni congressuali. Per capirci, ad oggi gli Stati che hanno due senatori provenienti da partiti opposti sono solamente 3: Il Wisconsin, il Maine, la Pennsylvania. Nel 1986, erano ben 20 gli Stati con rappresentanza mista. Cosa significa questo? Significa che gli elettori si sono polarizzati sempre di più, che non è più così semplice poter costruire coalizioni composite dal punto di vista politico e geografico. Ma oltre questo, la sovrapponibilità tra mappe delle elezioni presidenziali e senatoriali ci racconta di un potere crescente dei partiti politici e dell’importanza sempre maggiore delle primarie di partito.
La si veda in questo modo: un senatore proveniente da uno Stato dominato dai repubblicani (ad esempio, con una proporzione 60-40) sentirà primariamente l’urgenza di rispondere alle esigenze e alle volontà dei suoi elettori repubblicani, più in particolare a quella frazione di elettori repubblicani che ha scelto il senatore tramite il processo delle primarie. Questo polarizza l’attività parlamentare del senatore. Se gli elettori dello stesso Stato trovassero nel candidato democratico delle qualità assenti nel candidato repubblicano e decidessero di eleggerlo, il neosenatore democratico dovrebbe muoversi con maggiore attenzione rispetto alle richieste non solo degli elettori dem, ma anche di quelle di quella parte di elettorato repubblicano che ha splittato il voto per eleggere il senatore.
Indipendentemente da quali siano i motivi dietro la scomparsa di questo tipo di processo (ricordandoci sempre che i risultati della democrazia vanno sempre accettati), la conseguenza è sotto gli occhi di tutti: i moderati sono praticamente scomparsi. Questo, a sua volta, porta a delle conseguenze ben più rilevanti, che già si sono intraviste durante il mandato di Joe Biden: dopo le midterm del 2022, dove i dem hanno perso la maggioranza alla House, il Presidente non è riuscito a passare praticamente nessuna delle sue priorità legislative, portando a casa ben poco se non l’approvazione del bilancio prima della sua scadenza.
Secondo gli analisti politici, sembra che questo sarà il destino della seconda metà del secondo mandato di Donald Trump, qualora i dem riprendessero il controllo almeno della House (sul Senato torneremo tra poco). Due anni di blocco parlamentare, totale incapacità di azione politica in assenza del controllo su entrambe le Camere: in sostanza, la polarizzazione politica ha cambiato la forma politica degli Stati Uniti. E questo riducendo sensibilmente il potere del Presidente, o quantomeno legandolo sempre più a stretto filo con i risultati delle elezioni parlamentari. Da un governo presidenziale, le trasformazioni politiche in atto stanno tramutando gli Stati Uniti in quello che, de facto, è un governo in cui il Presidente ha bisogno di una (per ora solo immaginaria) fiducia da parte del Parlamento, in un governo in cui non avere i numeri alla House o al Senato equivale a governare senza possibilità di farlo effettivamente, rendendo possibile solamente un compromesso sulle attività ordinarie.
È un cambiamento straordinario, che rischia di creare una spirale vorticosa di inazione legislativa: un Presidente vince con un mandato politico più o meno chiaro, per due anni (se ottiene la maggioranza in entrambe le camere) riesce a governare, salvo poi perdere la situazione di trifecta alle midterm e trovarsi costretto a tirare a campare per altri due anni, non esistendo (ovviamente) lo strumento della sfiducia in un governo presidenziale.
Come si combatte questa deriva? La risposta non può, naturalmente, essere univoca. Sarebbe ragionevole credere che la figura del Presidente sia un fattore rilevante nel determinare questi problemi: Donald Trump non è sicuramente qualcuno che invita e accoglie il dialogo politico. Una volta conclusa (auspicabilmente, almeno) la sua era politica nel 2029, toccherà al suo successore l’ardua impresa di raffreddare i toni in un Paese in cui sempre più persone, amici, familiari smettono di parlarsi a causa delle proprie differenze politiche. Servirà una leadership matura e responsabile, non solo dentro lo Studio Ovale, ma anche dentro le aule parlamentari.
Le midterm del 2026 sembrano offrire una prima indicazione sul fatto che questo processo, per quanto lentamente, si stia muovendo nella direzione giusta. Se (secondo i dati di metà settembre) le previsioni per il Senato dovessero realizzarsi, i democratici potrebbero guadagnare addirittura cinque seggi, tra cui quello in North Carolina, in Texas, in Alaska e in Ohio. Tutti e quattro questi Stati sono stati vinti o stravinti da Donald Trump nelle ultime tre elezioni, e presentano una caratteristica comune: i democratici candidati sono tutti, chi più chi meno, dei moderati che hanno avuto l’accortezza di non entrare a piè pari sulle questioni culturali che periodicamente infiammano il dibattito pubblico e allontanano gli appartenenti ai diversi partiti.
Se prima avevo detto che i moderati erano essenzialmente scomparsi, viene da chiedersi se la “rinascita” di queste figure politiche date per disperse sia un caso, accentuato da un’amministrazione repubblicana storicamente impopolare, o se gli Stati Uniti abbiano fame di politici non divisivi, concentrati principalmente sulla necessità di ricostruire un Paese in enorme difficoltà. L’ottimismo ci porta a credere che, negli anni a venire, i toni tenderanno ad abbassarsi, salvo le componenti estreme dei due principali partiti, e la democrazia americana tornerà a funzionare come un tempo. La vera sfida sarà dimostrare che il compromesso non è né un tradimento né sinonimo di debolezza, ma un modo per produrre risultati tangibili e per far abbassare la voce a chi, oggi, urla e basta.
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