Un’altra vituperata e inconcludente legislatura volge al termine.
Da un lato la congerie del centrodestra si macera nel dilemma Generale si, Generale no – manco stessimo parlando di Charles De Gaulle.
Sul versante opposto il “campo largo” – ancora non ho capito a quale significato questa definizione alluda, sempre che ne abbia uno – si suicida disorganizzandosi, rappresentando sempre meno il suo elettorato storico.
In questa delicata fase di consunzione democratica, la spaccatura presente all’interno della società italiana è sempre più evidente. L’attuale maggioranza governando a nome proprio – non avendo mai adottato provvedimenti nei quali si identifichi l’intera collettività – acuisce la divisione politica del Paese. In 4 anni di incarico la Presidente del Consiglio non ha mai pronunciato un discorso di carattere unificatore – rappresentante il reale pensiero collettivo. Tale fattore denota la considerevole fragilità dell’attuale esecutivo, ovvero l’incapacità di intercettare il sentimento unanime nazionale. Diversamente, qualsiasi “apparizione oratoria” è tesa a sferrare attacchi – sempre se tali si possono definire... – alla propria controparte politica, avallando la tesi secondo la quale ogni inefficienza pubblica sia addebitabile alle precedenti esperienze di governo, con l’attuale esecutivo esente da qualsiasi responsabilità improduttiva.
Sebbene paia un elemento marginale, la capacità di un leader politico dovrebbe sostanziarsi nell’avvicinare i propri avversari, per poter protendere ad un fine comune.
Da sempre, i poli opposti si sono incontrati per fronteggiare i periodi di maggiore crisi.
Cos’era d’altronde il compromesso storico? Se non l’incontro di visioni opposte del mondo, superate da periodi di contingenza economica, sociale, e soprattutto politica.
Ma lo scopo generale – inteso come insieme di questioni riguardanti l’intera collettività – non solo non è definito, non è mai stato individuato, sommatoria di considerazioni scaturenti la vera assenza di politica nella nostra epoca.
Stare all’apice di un’organizzazione complessa come quella statale, implica l’assunzione di decisioni, l’Italia mai come in questo momento ne ha disperatamente bisogno!
Sovente esponenti dell’attuale maggioranza hanno criticato l’operato dell’Unione Europea, e a tal immobilismo si sono ipocritamente omologati. Storicamente parlando, le riforme sono sempre state adottate con immenso ritardo, oggi non perdiamo il treno, non ci rechiamo neanche in stazione.
Nello scaricabarile generale, la principale Penisola del Mediterraneo deve far i conti con dei mali cancerogeni: inflazione, caro carburanti-energia, emergenza abitativa, emigrazione giovanile, perdita del potere d’acquisto dei salari, riduzione dei fondi nei confronti dell’istruzione e della sanità.
Di tutte queste problematiche, non c’è uno straccio di soluzione, se si vuole incentivare l’astensionismo la strada giusta è questa. Di questo passo si profila un problema di rappresentanza istituzionale, di funzionamento democratico.
Quale scenario si configurerà? Con la classe politica sempre più inadatta a impersonare le esigenze reali dei cittadini, basta ascoltare una qualsiasi dichiarazione di un esponente politico, per poter comprendere quanta distanza ci sia tra le asserzioni dei parlamentari-ministri e le complicazioni popolari.
La preoccupazione maggiore è la salvaguardia delle proprie prerogative, attraverso la nuova legge elettorale, affinché chi è al potere possa rimanervi, disinteressandosi totalmente delle plurali proteste in corso in tutto il paese.
L’agricoltura italiana affronta un periodo di transizione delicato, il settore ortofrutticolo e quello lattiero caseario si sono visti raddoppiare nel giro di pochi mesi i propri costi di produzione. L’industria dell’automobile in graduale fase di dismissione. L’ultimo rapporto di Confesercenti segnala la chiusura di 11 bar al giorno – con una perdita di 7.2 miliardi per le economie territoriali, tra occupazione, gettito ed economia generale (Fonte ANSA). Scomparsa di 24000 partite IVA in 6 anni.
In relazione a questo sconfortante panorama, si esulta per il price cap del gasolio sopra i 2 euro – come se fosse un prezzo accettabile. L’Eni - ente a partecipazione statale - raddoppia il proprio utile netto, con il primo semestre chiuso 3,635 miliardi di euro, in aumento del 43% rispetto allo stesso periodo del 2025. Rendimento che frutta allo Stato circa 1,1 miliardo di euro annui in dividendi. Pertanto, è ora di finirla di credere che ci sia un aiuto statale nei confronti della popolazione, qualsiasi mossa è volta al proprio tornaconto.
A pagare sono sempre i tanti – sempre più poveri, data la polverizzazione della classe media – con le speculazioni sempre più alte dei pochi.
Quale politica di contrasto alle disuguaglianze?
È ora di porre al centro del dibattito il tema dell’uguaglianza, poiché proprio nel garantire pari opportunità si misura lo stato di salute di una democrazia. Non assistenzialismo, ma premialità del merito, del sacrificio, dello studio e del lavoro.
Non politica di redistribuzione di redditi, quanto di riconoscimento per coloro che si impegnano quotidianamente, produttori reali di valore aggiunto italiano. I due terzi della ricchezza italiana provengono da eredità, non dalla produttività – rapporto sulle disuguaglianze redatto da Oxfam nel 2025 - crescita del Pil proporzionale all’aumento della povertà.
Una vera e propria Gerontocrazia Ereditocratica, calzante con il tasso di invecchiamento e spopolamento nazionale; processo sociale denominato effetto San Matteo – Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell'abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha (Matteo 25,29).
Ma forse non siamo ancora pronti ad affrontare queste tematiche, meglio parlar di burqa, italianità – abbondantemente vilipesa – e bollo sospeso per un anno….
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