Eccoli! Rimasti fino ad ora alla finestra, probabilmente impegnati a valutare/trattare il loro ingresso con Teheran, gli Houthi entrano finalmente nel conflitto e ci resteranno finché l’aggressione non terminerà. Fino ad ora si sono “limitati” a bombardare Israele ma il prossimo passo potrebbe riguardarci più da vicino. Ma andiamo con ordine:
Chi sono gli Houthi? Dove vivono? Cosa c’entrano con il conflitto israelo-palestinese? E perché ora sono entrati in quello tra iraniani, americani e israeliani?
Partiamo con i dati “anagrafici”: Gli Houthi, termine eponimo derivante da Hussein al-Houthi, fondatore del movimento, hanno cambiato il proprio nome in Ansar Allah, “Partigiani di Dio”, a seguito dell’alleanza stipulata con la Repubblica Islamica nel 2011, anno in cui il gruppo comincia la rivoluzione che lo porterà a dominare la zona ovest dello Yemen, quella che affaccia sul Mar Rosso, la più importante e ricca del paese:
Il gruppo è stato in grado di utilizzare la centralità del luogo per il commercio mondiale per ritagliarsi un ruolo di rilievo nella politica internazionale.
Di confessione islamica sciita, zaidita per essere ancor più dettagliati, il movimento è entrato a far parte dell’Asse della Resistenza, quella rete di milizie, partiti politici e, fino alla caduta del regime di Assad in Siria, di governi guidati da Teheran.

Della coalizione fanno parte i più celebri Hezbollah e Hamas ma anche le Forze di Mobilitazione Popolare irachene, anche loro mobilitate in questo periodo. Seppur figurino anche gli Houthi nella lista dei proxy dell’Iran, così vengono definiti i gruppi facente parte di quest’asse, il movimento yemenita è sempre riuscito a mantenere una certa indipendenza dalla Repubblica degli ayatollah. Nell’ultimo mese il gruppo era rimasto a guardare, limitandosi a dichiarare che “le loro dita fossero sul grilletto”, e non è ancora chiarissimo perché siano entrati nel conflitto proprio in questo momento.
Dagli attentati del 7 ottobre 2023 ai danni di Israele, l’Asse della Resistenza si è profondamente indebolito ma, come evidente dagli sviluppi dell’ultimo mese, non è morto:
Hamas ed Hezbollah hanno subito danni ingenti con la decapitazione delle rispettive leadership e la disarticolazione delle organizzazioni che, comunque, rimangono in vita e, come nel caso di Hezbollah, continuano a creare qualche grattacapo allo Stato Ebraico nel Sud del Libano che Smotrich, ministro delle Finanze israeliano, ha dichiarato di voler annettere almeno fino al fiume Litani.
Le due entità sono riuscite comunque a rimpolpare le proprie fila catalizzando l’odio nei confronti di Israele e sfruttando il potere che esercitano direttamente sul territorio; soprattutto Hezbollah è un movimento fortemente radicato nel sud del Libano. Lo stesso Hamas nonostante sia stato decimato dai bombardamenti dell’IDF mantiene saldo il potere sulla Striscia di Gaza e non sembra intenzionato al disarmo che il cessate il fuoco gli avrebbe imposto.
In Siria, invece, il governo di Assad si è sbriciolato in poco più di una settimana con i ribelli guidati da Al-Jolani (ora diventato Al-Shara) e sovvenzionati dalla Turchia, che hanno approfittato della distrazione dei due “padrini” del dittatore siriano, Russia e Iran, per arrivare a Damasco e prendersi il potere.
Perché l’ingresso in guerra degli Houthi dovrebbe allarmarci? Perché gli Houti colpiscono l’Occidente al cuore…nel commercio.
Il gruppo yemenita infatti controlla lo stretto di Bab El-Mandeb che congiunge il Mar Rosso e l’Oceano Indiano e, insieme allo stretto di Suez, è un collegamento vitale per il commercio tra Europa ed Asia. L’Organizzazione Marittima Internazionale stima che attraverso il Mar Rosso, quindi per Suez e Bab El-Mandeb, passi un quarto del traffico marittimo. Ed è qui che entra in gioco l’arma più forte di Ansar Allah:

Con lo Stretto di Hormuz bloccato dall’Iran, parte degli idrocarburi destinati al trasporto via mare è stato dirottato nell’oleodotto Est-Ovest, un’infrastruttura che taglia tutta l’Arabia Saudita e collega il Golfo Persico con il Mar Rosso. Una volta arrivati sul Mar Rosso gli idrocarburi prendono la via del Mediterraneo, passando per Suez, e la via asiatica, passando per Bab El-Mandeb; dove sono un facile bersaglio degli Houthi che potrebbero bloccare lo stretto.
Già alla fine del 2023 a seguito della reazione israeliana agli attentati del 7 ottobre, gli Houthi avevano annunciato che avrebbero preso di mira le navi occidentali passanti per Bab el-Mandeb. L’operazione fu così significativa da provocare l’immediata reazione statunitense che, con l’Europa al seguito, lanciò l’Operazione Prosperity Guardian con l’intenzione di scortare le navi commerciali occidentali e, se necessario, rispondere agli attacchi provenienti dallo Yemen. Gli attacchi poi terminarono con un accordo tra la superpotenza americana e il gruppo yemenita.
Con la chiusura di Hormuz e quella possibile di Bab El Mandeb, iraniani e yemeniti ci colpiscono dove fa più male: nel commercio e nella globalizzazione. In sintesi nelle nostre tasche. La globalizzazione si fonda sui mari, in particolare sugli stretti, e attaccare la navigazione delle navi vuol dire quindi attentare all’egemonia statunitense.
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