lunedì 16 marzo 2026

Grandi Italiani: Aldo Moro e il dialogo per la democrazia

Il sequestro e la sua biografia

16 marzo 1978: una data impressa nella storia repubblicana.

Quella mattina nei pressi di Via fani l’onorevole Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana, fu vittima insieme alla sua scorta di un terribile attentato. Undici persone, travestite da personale dell’Alitalia, aprirono il fuoco uccidendo i 5 membri della scorta e rapendo l’onorevole che ne uscì (non per caso) illeso. Il presidente morirà poi il 9 maggio del 1978, dopo quasi due mesi di prigionia, in quello che è il più grande spartiacque, nonché il più grande mistero, della nostra storia.

Chi era Aldo Moro?

Giurista di titanio, professore universitario alla Sapienza e all’Università di Bari, Aldo Moro era considerato uno degli uomini più importanti del panorama politico italiano.

La sua brillante carriera comincia con l’adesione alla Democrazia Cristiana figurando tra i suoi fondatori dopo la caduta del partito fascista, per poi culminare in breve tempo nell’elezione nel 1946 all'assemblea costituente: Aldo, poco più che trentenne, contribuisce alla nascita della Costituzione insieme a politici del calibro di De Gasperi, Togliatti, Nenni, Calamandrei.

Un visionario: dalla mediazione interna al partito all'apertura a sinistra

La Democrazia Cristiana era un partito notoriamente diviso in varie “correnti” interne, caratterizzate da grandi raggruppamenti ideologici diversi che hanno permesso a lungo al partito di evolversi secondo le necessità richieste dalla società. Per citarne alcune:

  • I Dorotei, gruppo più moderato facente capo ad Aldo Moro, considerato l’anima centrista che ha dominato in lungo e in largo la scena politica italiana nel ventennio ‘60-‘80.

  • I Fanfaniani, corrente seguace dell’onorevole Fanfani, più aperta alla sinistra e alle sue idee.

  • La Corrente Andreottiana, guidata dal sette volte Presidente del Consiglio Giulio Andreotti, denominata “Primavera” per la nuova linfa vitale da cui la DC prese la trasformazione finale.

  • Le Forze Nuove, l’anima sindacale, cattolica e sociale del partito tra cui spiccava la figura di Tina Anselmi

La capacità di Moro nel dialogare fu cruciale all’inizio degli anni ‘60 nella “diatriba” fra fanfaniani e dorotei: essendo parte di questi ultimi, il presidente svolse un lavoro fondamentale mediando fra queste due correnti.

La profonda crisi del centrismo che occupò perlopiù gli anni ‘60, portò Moro alla convinzione sempre più chiara di un’apertura al dialogo con i socialisti e al “varo” del centrosinistra: ciò non piacque inizialmente ai suoi compagni più centristi e moderati, ma con il congresso di Napoli della Democrazia Cristiana nel 1962 si arrivò ad una soluzione interna che prevedeva un dialogo totalmente aperto con la corrente fanfaniana e di conseguenza un allargamento della maggioranza ai socialisti facendo nascere il primo governo di centro-sinistra. La profonda devozione per il proprio paese accompagnata dalle innegabili competenze politiche di Moro furono gli strumenti che gli permisero di compiere una scelta che si dimostrò lungimirante se la confrontiamo con il nostro presente: la politica di per sé va obbligatoriamente di pari passo con il contesto sociale e la presa in considerazione di partiti ideologicamente diversi fu una scelta intelligente per un radicale rinnovamento delle condizioni politiche, economiche e sociali a cui l’Italia andava inevitabilmente incontro.

Il culmine del suo lavoro al dialogo fu la “strategia dell’attenzione”: iniziata nel 1969, dopo il movimento del 68, portò ad un’apertura politica graduale e progressiva nei confronti del Partito Comunista Italiano. Riconoscere quest’ultimo come uno degli interlocutori principali per la formazione della maggioranza governativa creò divisioni e scetticismi, ma era la risposta per il superamento delle forti tensioni politiche e della “democrazia difficile” di quel periodo.

Un nemico fra gli amici: Dal dialogo col mondo arabo ai problemi con Washington

Se dovessimo trovare una caratteristica di Moro che risaltava maggiormente agli occhi del singolo cittadino, potremmo parlare del suo coraggio nel prendere decisioni rivelatesi incredibilmente lungimiranti ma poco comprese nel suo presente. Come nella politica interna, anche in quella estera il motto di Moro è sempre stato il dialogo con le minoranze, spinto da un’idea di democrazia realmente pura e libera da qualsiasi vincolo esterno. il Lodo Moro, gli incontri continui con Yasser Arafat e la negazione dell’utilizzo di basi NATO ad Israele per la guerra del Kippur, delineavano una posizione netta e chiara all’interno del panorama geopolitico, soprattutto in un contesto spinoso come quello della Guerra Fredda: lo spazio geopolitico naturale dell’Italia era il Mediterraneo e conservare uno stretto legame con il mondo Arabo, nonostante la riconoscenza legittima dello stato d’Israele, era fondamentale per mantenere un’autentica posizione da mediatori fra Occidente e Oriente. Inoltre la politica energetica di Moro si rifaceva in parte a quella ideata da Enrico Mattei: dare più spazio ai paesi produttori rispetto ai grandi modelli occidentali. Se osserviamo le loro morti possiamo constatare che non erano ben visti dai nostri "alleati".

La posizione di Moro in particolare era in forte contrasto con Gli USA: l’Italia rimaneva un paese Atlantista sulla carta, ma le attuazioni della politica estera erano profondamente diverse e autonome rispetto alle linee guida Americane. In particolare la ricerca di sovranità e indipendenza di Aldo Moro non furono ben viste da Henry Kissinger. Secondo il portavoce di Moro, Corrado Guerzoni, e la moglie Eleonora, durante un incontro a Washington nel 1974, Kissinger avrebbe detto a Moro:

"Lei deve smettere di perseguire il suo piano politico per portare tutte le forze del suo Paese a collaborare direttamente. O lei smette di fare queste cose o la pagherà cara".

Una minaccia? Una promessa? Una leggenda? Fatto sta che Moro pagò per davvero.

Dalla "Strategia dell'Attenzione" a quella della "Tensione": chi ha voluto realmente la morte di Aldo Moro

Senza girarci troppo intorno: l’onorevole all’interno del panorama politico italiano era scomodo, data la sua lungimiranza e la sua visione di un’Italia sovrana senza particolari ingerenze esterne. Ma probabilmente la goccia che fece traboccare il vaso fu il “Compromesso Storico”, di cui Aldo Moro fu l’alfiere. Nei piani americani però l’Italia non poteva ammettere i comunisti all’interno della maggioranza di governo per due motivi principali:

  • il PCI di Enrico Berlinguer era il partito Comunista più grande d’Europa, insieme a quello francese, e permettergli di entrare in un esecutivo avrebbe potuto comportare un fenomeno emulativo in tutta Europa.

  • Per la posizione geografica italiana: la penisola si trova in una posizione strategica e perfettamente centrale fra le due egemonie russe e statunitensi, perdere l’egemonia sullo Stivale non era un’opzione.

Date le ragioni sopraindicate comprendiamo il progressivo logoramento rapportuale fra l’onorevole e gli USA, che culmina con la presunta minaccia diretta del segretario di stato Henry Kissinger nei confronti di Moro e l‘adesione di quest’ultimo alla strategia del “Compromesso storico” adottata da Enrico Berlinguer. Agli atti processuali gli esecutori materiali del sequestro ed omicidio Moro furono le Brigate Rosse ma tutto ciò che concerne l’indagine ancora oggi mostra enormi zone d’ombra. A partire dal martirio di Via Fani: data l’esecuzione di ben 90 colpi sembra piuttosto improbabile che i 5 agenti della scorta siano stati trucidati mentre il presidente sia rimasto incredibilmente illeso. Fortuna o strategia? Chi ha sparato era un “professionista”?

Dettagli inquietanti emergono anche dal memoriale Moro, un insieme di scritti a mano dal presidente durante il suo periodo di prigionia. Al suo interno egli affrontava tutte le questioni politiche, denunciando apertamente l’intera classe politica italiana e i suoi amici della DC, insieme al sistema USA. Basare la nostra riflessione sui soli atti processuali risulta quindi alquanto insufficiente. Il rapimento e poi l’esecuzione servivano a sventare lo “scivolamento a sinistra” del nostro paese? La prova ufficiale, emersa nel 1990, dell’esistenza dell’operazione Gladio sembrava alimentare e confermare ampiamente questa teoria: si trattava di una rete segreta organizzata da Nato e servizi occidentali che si sarebbe attivata in caso di invasione sovietica. In Italia coinvolgeva servizi segrete e strutture militari clandestine.

La presenza di un sistema tale, insieme ad apparati statali interni deviati e gruppi rivoluzionari, permisero l’attuazione della “Strategia della Tensione”: voluta per fermare a qualsiasi costo “l’avanzata Russa” destabilizzando l’intero ordine pubblico e sociale per anni.

Ma la cruda verità si racconta attraverso la prova di resilienza che il popolo italiano, la vera vittima di tutto ciò, ha dovuto passare nel decennio ‘70-‘80: le morti, i continui sequestri e la destabilizzazione sociale hanno profondamente scosso i cittadini portando a coniare questo decennio come “gli anni di Piombo”. Aldo Moro è diventato uno di tanti martiri repubblicani: un uomo di stato ucciso dallo Stato e dalla sua “prostituzione”.

Aldo Moro contro il presente: cosa resta della mediazione nella politica italiana?

L’arte di fare politica per Moro rappresentava un compromesso fra due forze: le forze diaboliche che separano e le forze religiose che legano. All’interno di quest’idea il presidente ha fondato tutto il suo fare politico sempre incentrato al dialogo e alla mediazione. La sua politica e la sua visione a lungo termine purtroppo non sono arrivate a noi: mai come in questo periodo storico la politica italiana è caratterizzata da una forte polarizzazione, con una ricerca di scontro quotidiano su qualsiasi tema. Uno scontro per lo scontro.

Il compromesso non è più visto come una soluzione strategica, ma sinonimo di debolezza a cui si preferisce una contrapposizione immediata ancor di più con la presenza dei social: mediaticamente ed elettoralmente è più rilevante uno scontro identitario su temi futili che un accordo pragmatico basato sulle necessità del paese. Ma senza l’inclusione e la mediazione non si arriva a dama: la testimonianza di ciò è Moro che ha pagato con il sangue l’idea di volere un’Italia libera e realmente democratica.

La differenza nell’affrontare la questione palestinese è la prova della mancanza di mediazione: la presa di posizione dell’Italia affianco d’Israele autrice di un genocidio effettivo e riconosciuto dalla Corte Penale Internazionale, rappresenta una posizione di forte con i deboli e deboli con i forti. L’esatto contrario dell’idea di Moro.

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