giovedì 8 gennaio 2026

Il sogno artico per il “giardino di casa”: tra imperialismo e geopolitica

"Ne abbiamo bisogno per la nostra sicurezza nazionale” ha dichiarato Donald Trump riferendosi alla Groenlandia, territorio autonomo formalmente appartenente alla corona danese. All’indomani della discussa operazione militare in Venezuela culminata con l’arresto del presidente Nicolas Maduro, il Tycoon è tornato a guardare all’estremo nord del mondo, così come aveva fatto durante la campagna elettorale.

A destare sgomento è l’aperta minaccia di sottrarre con qualsiasi mezzo parte del territorio di un altro paese alleato NATO, da parte di un sedicente candidato al nobel per la pace (supportato dai cialtroni nostrani). Tuttavia, non è la prima volta che gli Stati Uniti d’America dimostrano vivo interesse verso le lande ghiacciate del Polo Nord. Il primo a tentare l’acquisto fu, nel 1867, il presidente Andrew Johnson, seguito da Woodrow Wilson nel 1917; a questi si aggiunse, nel 1946, Harry Truman e infine, già nel 2019, l’attuale presidente Donald Trump. Ma perché la Groenlandia è così affascinante agli occhi dei presidenti a stelle e strisce?

Già dai tempi di Truman, la Groenlandia era vista come una base strategica di controllo del regime sovietico. Oggi, con lo scioglimento dei ghiacci polari, il ruolo ricoperto dalle potenze nell’artico sta diventando cruciale sia a livello militare che a livello commerciale: si sta infatti sviluppando una nuova via che mette in comunicazione l’Europa con l’Asia, passando proprio per l’Artico. Maggior controllo sulla Groenlandia significherebbe maggior controllo su queste rotte. Inoltre, la presenza americana in Groenlandia andrebbe a contrastare la crescente presenza militare russa nell’Artico, come nell’isola di Novaya Zemlya.

Le cartina geografiche a cui siamo abituati, frutto della proiezione di Mercatore, restituiscono una una percezione errata della Groenlandia, come di un lembo di terra appena sopra il continente nord-americano, ben lontano dal continente asiatico e dalla amica-nemica Russia. Proiezioni geografiche più accurate mostrano come in realtà la Groenlandia sia estremamente vicina al territorio russo: la penisola di Kola, confinante con la Finlandia; l’arcipelago di Francesco Giuseppe, l’isola di Novaya Zemlya, tutti luoghi con presenza militare russa. L’artico diviene così un luogo strategico per le operazioni militari, e ciò concorre all’interesse americano, pur non essendone l’unica causa.

Un altro importante fattore è lo sfruttamento delle risorse naturali: gli Stati Uniti stanno cercando di ridurre la propria dipendenza energetica da paesi politicamente instabili, come l’Iraq, l’Arabia Saudita e l’Algeria. Si stima, infatti, che in Groenlandia siano presenti grandi

giacimenti di petrolio a largo delle sue coste, soprattutto nel mare di Barents e nel mare di Labrador. Ebbene, lo scioglimento dei ghiacci polari sta pian piano rivelando queste terre: ciò rende il loro sfruttamento sempre più facile. Avere il controllo totale di quelle terre significa anche poter decidere delle risorse che vi sono contenute. Un altro aspetto da non sottovalutare è la presenza di terre e minerali rari, oggi utilizzati nella realizzazione di batterie per veicoli elettrici e dispositivi elettronici. Attualmente, la Cina è la fonte primaria di questi materiali, il che la rende pioniere globale e partner commerciale strategico. Il possesso americano di terre che garantiscano l’estrazione di questi minerali aprirebbe ad una maggior indipendenza dalla Cina, nonché ad una concorrenza a livello globale.

C’è da sottolineare che, nel 2017, il Congresso americano sotto l’amministrazione Trump ha approvato un programma di sfruttamento petrolifero dell’Arctic National Wildlife Refuge, una delle più grandi aree incontaminate degli Stati Uniti. Sebbene l’amministrazione Biden abbia tentato (senza grandi successi) di bloccare tale iniziativa, si teme che il neo-eletto Trump possa riprendere il programma di sfruttamento dell’Artico e proporre un modello simile allorché dovesse riuscire ad appropriarsi della Groenlandia.

Per grande sfortuna del Tycoon, nessun apparente narcotrafficante ha ancora tentato di attraversare il pericoloso mare del Labrador, lasciando così al Tycoon come unico specchio per le allodole la sicurezza nazionale, che la Danimarca non sarebbe in grado di garantire. Non è tardata la dura replica della premier danese, che ha ribadito come l’attuale accordo di difesa già permette agli Stati Uniti di presenziare militarmente nell’isola di ghiaccio. Batte un colpo (stavolta, stranamente, solo alla notte) anche il ministro Tajani, che sembra dare del “can che abbaia” a Trump: "Di dichiarazioni Trump ne ha fatte molte sulla Groenlandia, vediamo quali saranno le intenzioni reali.”

Ma quindi, quanto è probabile un intervento militare volto a sovvertire il potere legittimo in Groenlandia? Sebbene un attacco di un paese NATO verso un altro paese dell’alleanza Atlantica non rientra nella fattispecie di cui all’articolo 5, riguardo la difesa collettiva, sicuramente genererebbe una risposta da tutto il mondo occidentale, Unione Europea in primis. Gli attori internazionali che hanno interesse a mantenere un’influenza nel continente europeo a livello militare sono due: gli Stati Uniti e la Russia. Una tale operazione militare genererebbe un paradosso: per concorrere agli interessi commerciali russi nell’artico, gli Stati Uniti si renderebbero nemici di tutto il continente europeo, lasciando la strada spianata all’influenza russa.

L’ipotesi sembra essere però sempre meno impossibile, viste le grandi concessioni del famigerato “piano Trump” alla Russia di Putin a quasi 4 anni dallo scoppio della guerra in Ucraina. Ma, volendo dar credito al nostro ministro degli esteri, già in occasione dell’imposizione dei Dazi Donald Trump ha mostrato la sua tecnica: dichiarare 100 per ottenere 50. Così, le minacce alla Groenlandia assumerebbero una forma risolvibile con un accordo di sfruttamento dei giacimenti petroliferi, aggiungendo un pericoloso precedente di gravi pressioni su storici alleati.

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