Il popolo ungherese è chiamato a recarsi alle urne il 12 aprile per eleggere il nuovo primo ministro. I sondaggi vedono il partito TISZA di Peter Magyar avanti con il 51% dei consensi, contro il 40% di Fidesz, il partito di Viktor Orban, già primo ministro dal 1998 al 2002 e poi di nuovo, ininterrottamente, dal 2010.
Lo strapotere del partito di Orban potrebbe essere arrivato ai titoli di coda, ma pesano ancora molto i voti degli indecisi. Tuttavia, anche un’eventuale vittoria di Magyar potrebbe non essere sufficiente a riformare l’apparato di un paese al 56esimo posto nel Democracy Index. Solo raggiungendo i ⅔ dei consensi, infatti, il partito vincitore otterrebbe il potere di modificare la Costituzione e leggi cardine come quelle elettorali, sui media e sulla magistratura.
È stato proprio questo largo consenso che ha permesso, negli scorsi anni, il consolidamento del governo Orban, diventato sempre più evidentemente un asset del Cremlino (o del miglior offerente). L’Ungheria ha infatti rappresentato, fin dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, il bastian contrario europeo, oppostosi a tutte le più importanti decisioni di finanziamento e armamento di Kyiv, baluardo antirusso.
Dura lex, sed lex: se è il popolo ungherese a voler essere rappresentato dal sovranista, chi siamo noi per impedirlo? Ma la realtà è un po’ diversa. Negli ultimi anni, in forza dei risultati elettorali del 2010, in tempi non sospetti, il quasi-regime orbaniano ha messo in campo una serie di riforme costituzionali di consolidamento del potere, indebolendo il ruolo del Parlamento, ridimensionando l’autonomia della Corte Costituzionale e riducendo drasticamente il numero di seggi parlamentari, rendendo così sempre più difficile una sconfitta alle urne.
Inoltre, il nome di Viktor Orban assieme a quello di altri politici europei sarebbe presente in uno scambio di mail tra Steve Bannon e Jeffrey Epstein, in cui il grande consenso ricevuto sia dal politico ungherese che dall’attuale ministro dei trasporti italiano Matteo Salvini viene descritto dall’imprenditore pedofilo come “The Bannon Effect”. Anche in altre occasioni, il primo ministro ungherse aveva ricevuto l’endorsement dell’ex consigliere di Donald Trump.
Ma i non confermati rapporti con imprenditori a stelle e strisce non sono i più grotteschi del governo Orban. Da poco, infatti, sarebbe emerso come Peter Szijjarto, ministro degli esteri magiaro, avrebbe intrattenuto contatti regolari con il suo omologo russo Sergey Lavrov.
Sebbene egli abbia provato a giustificare le interazioni riducendole al perseguimento degli interessi ungheresi in merito ad energia e sicurezza, è emerso come anche rapporti interni del Consiglio UE venissero trasmessi direttamente al Cremlino tramite l’ambasciata ungherese a Mosca.
Secondo EuroNews, durante il Consiglio europeo del 14 dicembre 2023 a Bruxelles con l’adesione ucraina all’UE nell’ordine del giorno, Szijjarto avrebbe informato Lavrov quasi in tempo reale delle mosse e strategie ungheresi. Non solo, ma il ministro ungherese sarebbe stato “ansioso” di contattare Lavrov per chiedere consiglio o il permesso di intraprendere azioni dannose per l’UE e l’Ucraina.
In altre telefonate, i rispettivi ministri si scambiavano parole di disgusto verso l’Unione Europea (sebbene il governo ungherese non abbia mai disdegnato i fondi europei,specialmente quelli con cui il primo ministro avrebbe acquistato una maestosa nonché lussuosa villa a 34 km da Budapest), per terminare la conversazione con un romantico “Sono sempre al vostro servizio” , pronunciato – neanche a dirlo – dal ministro magiaro dopo la richiesta russa di rimuovere Gulbahar Ismailova, sorella dell’oligarca russo Alisher, dalle liste delle sanzioni UE sfruttando l’appoggio della Slovacchia.
Ma sembrerebbe che il vento, nella Mitteleuropea, stia cambiando direzione. A soffiare sulla vela del cambiamento è Peter Magyar, ex componente proprio di Fidesz divenuto critico nei confronti del partito in seguito allo scandalo in merito ad una grazia concessa ad un complice in un caso di abusi sessuali su minori.

Da quel momento, Magyar (che tra l’altro vuol dire proprio Ungherese) ha iniziato a denunciare la corruzione e il clientelismo del governo di Orban.

Il governo di Orban sta utilizzando tutte le cartucce a sua disposizione per tentare di mantenere il potere. Il suo principale cavallo di battaglia è l’opposizione all’Ucraina, che accusa di interferenza nelle elezioni. In occasione di un comizio a Györ, città largamente in favore di Magyar, è stato aspramente contestato dalla folla, tanto che alcuni hanno paragonato la scena all’ultimo discorso del dittatore rumeno Nicolae Ceausescu prima della sua capitolazione. Nei goffi tentativi di rispondere alle urla di disapprovazione della folla, ha accusato gli astanti di essere contro gli interessi ungheresi e di voler regalare soldi agli ucraini.

Cartellone pubblicitario che definisce il leader di TISZA come un “Zelenskyy ungherese”, dicendo “come due gocce d’acqua”Orban ha recentemente ha dichiarato “Non accetteremo l’interferenza ucraina; chiediamo al presidente Zelensky di richiamare in patria i suoi agenti”. Avverte che un governo pro-Ucraina trascinerebbe l’Ungheria in guerra e condanna fermamente interferenze straniere negli affari interni ungheresi, sottolineando come solo il popolo ungherese ha il potere di decidere chi prenderà il potere.
Tuttavia successivamente, a causa di una probabile dimenticanza di quanto ripudi le ingerenze estere, accoglie a braccia aperte il vicepresidente statunitense JD Vance, accorso a salvare il salvabile supportando l’ennesimo mandato consecutivo dell’attuale primo ministro. Il VP americano dichiara di non voler interferire il processo elettorale, pur accusando “i burocrati dell’Unione Europea” di averlo già fatto. Anch’egli, in un probabile momento di amnesia, afferma di non voler dire al popolo ungherese come votare (dopo aver invitato gli ungheresi a votare per Orban in quanto “è dalla loro parte”).
L’inaspettato asse russo-statunitense trova quindi a Budapest il suo punto d’incontro, a sostegno di un candidato che negli ultimi anni si è reso protagonista di svariati soprusi allo stato di diritto. Il 12 aprile è quindi l’occasione di cambiare le cose, e il mondo democratico spera che i magiari non manchino l’appuntamento con la storia.
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