Cosa ci fanno due imprenditori immobiliari a Mosca? Gli emissari del presidente degli Stati Uniti.
Jared Kushner e Steve Witkoff sono stati inviati dal presidente Trump al Cremlino nell’ambito delle negoziazioni che dovrebbero portare a un accordo per la pace in Ucraina. I due non fanno parte della diplomazia americana, non hanno un passato nell’ esercito eppure si ritrovano ad essere perni della politica estera statunitense. Se a prima vista questa può sembrare l’ennesima forzatura dell’inquilino della Casa Bianca, questa mossa si pone all’interno di uno scontro mai sopito (ma ora un po' più silenzioso) fra l’attuale amministrazione Trump e il famigerato Deep State. Come rientra in questa storia la rivelazione del contenuto della conversazione tra Witkoff e Yuri Ushakov, alto consigliere della politica estera russa, in cui il primo dà consigli al secondo su come trattare il capriccioso presidente statunitense, facendolo passare sostanzialmente come uno stolto a cui basta dire bravo. Seppure i russi abbiano incolpato gli inermi europei, il “leak” è con tutta probabilità opera dell’intelligence a stelle e strisce, un chiaro messaggio alla Casa Bianca: puoi mandare chi vuoi, ti controlliamo. Rimane il fatto che a Mosca c’erano Witkoff e Kushner…ma chi sono?
Jared Kushner
Per anni è stato definito “l’uomo più potente di Washington senza un voto”. Jared Kushner, genero di Donald Trump, imprenditore immobiliare diventato stratega politico e poi grande finanziere globale, è una delle figure più enigmatiche dell’America contemporanea. Non è un politico di carriera, non ha mai corso per un incarico elettivo, eppure il suo nome circola sempre più spesso nei corridoi del potere come possibile protagonista di un futuro scenario presidenziale. Una possibilità che, fino a pochi anni fa, sarebbe sembrata fantapolitica.
Nato nel 1981 nel New Jersey, Kushner eredita un impero immobiliare dalla sua famiglia e lo trasforma in una macchina finanziaria di dimensione nazionale. Il grande salto, però, avviene nel 2009 con il matrimonio con Ivanka Trump. Da quel momento il suo destino si intreccia definitivamente con quello della famiglia Trump. Quando Donald Trump arriva alla Casa Bianca nel 2017, Kushner viene nominato consigliere senior del presidente. Ufficialmente senza un portafoglio preciso, in realtà con un’influenza vastissima: Medio Oriente, rapporti con la Cina, riforma della burocrazia federale (il Deep State di cui parlavamo sopra), perfino la gestione delle prime fasi della pandemia. È lui l’architetto degli Accordi di Abramo, l’intesa che porta alla normalizzazione dei rapporti tra Israele e diversi Paesi arabi. Un risultato che gli vale, nel bene e nel male, un’improvvisa legittimazione internazionale.
Dopo la fine del mandato di Trump, Kushner si defila formalmente dalla politica. Ma non scompare. Anzi, nel dicembre 2025 torna improvvisamente al centro della scena internazionale con un evento altamente simbolico: l’incontro a Mosca con il presidente russo Vladimir Putin, avvenuto al Cremlino insieme all’inviato speciale americano Steve Witkoff. Non si tratta di un incontro ufficiale tra governi, bensì di una diplomazia parallela, quasi personale, la stessa che Trump, tramite Kushner, ha già praticato con successo in Medio Oriente durante la presidenza Trump. Secondo fonti russe, alcuni punti della proposta americana vengono giudicati discutibili, soprattutto sul tema delle concessioni territoriali richieste da Mosca. I colloqui vengono definiti “costruttivi”, ma privi di un accordo sostanziale.
Il significato politico dell’incontro va però ben oltre i risultati immediati: è la prima volta, dopo anni, che una figura così vicina al mondo trumpiano torna a dialogare direttamente con il Cremlino su un dossier strategico globale. Successivamente, l’appuntamento previsto con Zelenskyy salta, e la delegazione Usa fa ritorno a Washington. Ma il messaggio internazionale è chiaro: Kushner è di nuovo un canale attivo con il presidente Trump.
Questo episodio sancisce definitivamente il suo nuovo ruolo: non più semplice ex consigliere presidenziale, ma snodo tra diplomazia, finanza e politica internazionale. Una figura che si muove in una zona grigia dove l’ufficialità lascia spazio alla trattativa riservata.
C'è chi lo vede alla Casa Bianca: perché viene considerato un possibile futuro candidato?
Ad oggi, Jared Kushner non ha mai annunciato alcun interesse in un’eventuale candidatura, anche perché le elezioni del 2028 sono ancora lontane. Eppure, negli ambienti repubblicani e nei think tank conservatori, il suo nome viene citato sempre più spesso come possibile outsider per un futuro ciclo elettorale. Le ragioni sono principalmente tre.
La prima è la rete di relazioni internazionali. Pochissimi esponenti non eletti hanno costruito legami personali così solidi con leader del Medio Oriente, della finanza globale e oggi anche con interlocutori russi. In un’epoca in cui la politica estera pesa sempre di più sull’economia interna, questo capitale diplomatico è tutt’altro che secondario.
La seconda è il suo profilo da manager del potere. Kushner non parla il linguaggio delle battaglie identitarie, ma quello dei dossier, dei numeri e delle trattative. È l’uomo delle backroom negotiations, dei tavoli riservati, degli equilibri silenziosi. Questo lo rende potenzialmente appetibile per una parte di elettorato stanca degli scontri ideologici e attratta da una leadership “pragmatica”.
La terza è la proiezione dinastica. Nel Partito Repubblicano la galassia Trump non è stata archiviata. Anzi, Kushner rappresenta per molti una possibile evoluzione più presentabile e moderna del trumpismo: stessa rete di potere, ma toni più sobri, meno esplosivi.
Ma se i punti di forza sono evidenti, le debolezze lo sono altrettanto:
La principale è la totale assenza di legittimazione elettorale poiché Kushner non è mai stato sottoposto al vaglio delle urne e in un’epoca in cui l’anti-establishment è ancora forte, questo può essere un limite tanto quanto un vantaggio.
Poi c’è il nodo dei conflitti di interesse: i rapporti finanziari con fondi sovrani stranieri, soprattutto sauditi, e ora anche il suo ruolo informale nei canali diplomatici con Mosca sollevano interrogativi pesantissimi sul piano etico e istituzionale. Qualsiasi sua eventuale discesa in campo sarebbe immediatamente travolta da inchieste e polemiche sulla commistione tra affari, diplomazia e potere politico.
Infine, resta l’ombra ingombrante di Trump: essere stato uno degli uomini più potenti del suo staff è un’arma a doppio taglio. Gli garantisce una base solida tra i fedelissimi, ma crea una barriera quasi insormontabile verso moderati e indipendenti.
Jared Kushner oggi è, ufficialmente, un grande investitore globale ma ufficiosamente, è tornato a essere uno dei nodi centrali della rete di potere che ruota attorno al mondo trumpiano e ai nuovi equilibri internazionali, come dimostra il suo ritorno sulla scena geopolitica con l’incontro di Mosca. Se un giorno deciderà davvero di scendere in campo, non lo farà come un politico qualunque, ma come un protagonista già formato nei palazzi del potere, nei mercati finanziari e nelle stanze della diplomazia.
Non è detto che diventerà presidente, magari neanche candidato, ma in un partito repubblicano sempre più appiattito su Trump l’idea di “proseguire la dinastia” appare meno remoto che mai.
Steve Witkoff, il mediatore silenzioso che tratta le crisi dove la diplomazia ufficiale si ferma
Parliamo ora di un nome che per anni è rimasto noto solo agli addetti ai lavori. Steve Witkoff, imprenditore immobiliare newyorkese diventato emissario informale della diplomazia americana, è oggi una delle figure più riservate ma più operative nei nuovi equilibri geopolitici. Non è un diplomatico di carriera, non proviene dal Dipartimento di Stato, eppure è diventato uno degli uomini più ascoltati nei canali paralleli della politica estera statunitense.
Nato nel 1957 a New York, Witkoff costruisce la propria fortuna nel settore immobiliare commerciale, fondando il Witkoff Group, attivo tra Manhattan, Miami e grandi capitali finanziarie. Per decenni rimane un imprenditore puro, lontano dalla politica attiva. Il punto di svolta arriva con l’ascesa di Donald Trump, di cui divenne amico personale, finanziatore e consigliere informale. Quando Trump entra alla Casa Bianca nel 2017, Witkoff non assume incarichi ufficiali di primo piano ma negli anni si ritaglia un ruolo cruciale nella diplomazia non ufficiale, operando in quella zona grigia dove business, relazioni personali e politica si sovrappongono. Il suo nome inizia a circolare sempre più spesso nei dossier legati alla sicurezza internazionale e ai negoziati riservati. Non a caso era assieme Kushner a Mosca per incontrare Putin e discutere in maniera ufficiosa del futuro dell’Ucraina e di un eventuale piano di pace.
Il valore politico dell’operazione, tuttavia, va oltre gli esiti immediati: è la dimostrazione che Witkoff è ormai uno degli snodi operativi della diplomazia informale americana verso Mosca. In un momento in cui i canali ufficiali sono spesso bloccati o congelati, il suo ruolo diventa quello dell’uomo capace di parlare dove la diplomazia pubblica non può esporsi. Questo episodio certifica il suo nuovo profilo: non più semplice imprenditore con relazioni politiche, ma mediatore geopolitico non ufficiale, attivo nei teatri più sensibili dello scacchiere globale. Una figura che si muove tra intelligence, interessi economici e trattative diplomatiche riservate.
Nel frattempo, Witkoff continua a guidare il proprio impero immobiliare, con investimenti miliardari in Stati Uniti e Medio Oriente. Proprio questi legami finanziari rafforzano il suo accesso ai grandi centri di potere economico e politico. Per molti osservatori, Witkoff rappresenta il prototipo del nuovo “diplomatico privato” americano, capace di agire fuori dalle forme tradizionali ma con un impatto reale sugli equilibri internazionali.
Steve Witkoff e il dossier israelo-palestinese: il mediatore economico nei conflitti politici
Se la missione russa ha riportato Steve Witkoff sotto i riflettori della geopolitica globale, è nel Medio Oriente che la sua funzione di emissario informale americano trova da anni una delle sue applicazioni più delicate. A differenza dei diplomatici di carriera o degli inviati speciali del Dipartimento di Stato, Witkoff non opera nei formati multilaterali classici ma il suo raggio d’azione è quello delle trattative riservate, delle mediazioni economiche e delle garanzie finanziarie, spesso cruciali quanto i negoziati politici veri e propri. In questo ruolo, ha beneficiato di tre fattori strategici:
La fiducia israeliana in quanto non è percepito come un funzionario ostile o ideologico; proviene dal mondo dell’impresa, parla il linguaggio della sicurezza e dell’investimento ed è inserito in un ambiente politico americano storicamente vicino allo Stato ebraico.
I suoi solidi legami con i fondi sovrani del Golfo e la sua credibilità come grande operatore economico. Durante la prima presidenza Trump, Witkoff rimase formalmente fuori dagli Accordi di Abramo, nei dossier economici che ruotano attorno alla normalizzazione israelo-araba, il suo nome emerge come facilitatore nei rapporti tra capitali privati americani, investitori del Golfo e circuiti economici israeliani. In quel contesto, il conflitto israelo-palestinese viene progressivamente reinterpretato non solo come problema di sicurezza, ma anche come questione di stabilità economica regionale. È in questa cornice che Witkoff viene progressivamente coinvolto nei canali indiretti di dialogo che riguardano Gaza, Cisgiordania e le prospettive di ricostruzione, soprattutto dopo il riacutizzarsi della crisi mediorientale seguita alla guerra tra Israele e Hamas e duqnue il suo ruolo non è quello del negoziatore politico in senso stretto, ma quello del garante finanziario potenziale di future intese: senza capitali, nessun piano di stabilizzazione è praticabile.
Neutralità politica apparente; non essendo un politico eletto, può muoversi in una zona grigia di comunicazione che permette contatti con attori che ufficialmente non dialogano tra loro. Proprio uno dei suoi punti di forza è però il suo maggiore punto debole. Il fatto che Witkoff sia al tempo stesso mediatore geopolitico e grande imprenditore solleva interrogativi pesantissimi. Ogni progetto di ricostruzione, ogni flusso finanziario, ogni investimento in una futura “Gaza post-conflitto” può generare sospetti di intreccio tra: interessi economici privati, strategie di sicurezza, decisioni politiche sovrane. Inoltre, la sua azione si colloca in una progressiva privatizzazione della diplomazia americana, dove figure non elette, non soggette a controllo parlamentare, esercitano un’influenza crescente su dossier ad altissima sensibilità strategica.
Un ruolo complementare a quello di Kushner
Nel mosaico mediorientale, Witkoff e Kushner svolgono ruoli distinti ma complementari: Kushner è l’architetto politico-strategico degli equilibri regionali mentre Witkoff è il braccio finanziario-operativo delle intese.
Se Kushner tratta con i leader, Witkoff prepara le condizioni materiali perché gli accordi possano reggere nel tempo. Nel conflitto israelo-palestinese, questa distinzione è cruciale: senza un’architettura economica, nessuna soluzione politica è sostenibile. A differenza di Kushner però, Witkoff non viene considerato un possibile candidato politico, né ambisce a ruoli elettivi. Qui il lega legame strutturale con Donald Trump viene visto come un punto debole: finché il leader repubblicano rimarrà centrale nella politica americana, Witkoff conserverà un peso significativo ma in assenza del fattore Trump, la sua influenza rischierebbe di ridimensionarsi rapidamente.
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