In tempi di bastone, un po’ di carota sembra un lauto pasto.
Per questo motivo le parole “distensive” di Marco Rubio hanno fatto sognare un ritorno alla normalità delle relazioni atlantiche tra il patron statunitense e i satelliti europei.
Nel corso del suo intervento alla Conferenza di Monaco sulla Sicurezza il Segretario di Stato americano ha condannato la visione post-storica che ha afflitto il Vecchio Continente, ha rilanciato “l’amicizia” (le virgolette sono d’obbligo) tra Stati Uniti ed Europa parlando di civiltà; spiritualità e radici comune, ha auspicato un nuovo secolo occidentale (americano) e ha parlato del colonialismo come di una fase positiva di espansione dell’Occidente fermatasi nel 1945 e ripresa grazie agli USA. Quest’ultimo elemento ci servirà dopo.
Solo un anno fa, nella stessa sede, il Vicepresidente statunitense James David Vance si era espresso in ben altri modi riguardo noi europei definendosi preoccupato per “il regresso dell’Europa su alcuni dei suoi valori più fondamentali” come la libertà di espressione, paragonando l’UE all’URSS, e sbeffeggiando gli europei sulla loro inaffidabilità in ambito difensivo. Insomma: non siamo noi ad essere cambiati ma voi che avete abbandonato i nostri valori comuni.
Sebbene appartengano alla stessa amministrazione, e siano rispettivamente il numero 3 e 2 in “linea di successione” allo Studio Ovale, i due rappresentano le fazioni più influenti all’interno del partito repubblicano: i Neocon e i MAGA (o isolazionisti).
Nonostante il sistema americano venga raccontato come bipolare, non dobbiamo pensare ai Repubblicani e ai Democratici come due blocchi monolitici, ma più come dei grandi raggruppamenti con all’interno numerosissime sfaccettature: per esempio nei democratici convivono visioni molto più radicali e anti-establishment come quelle di Alexandra Ocasio Cortez e Zohran Mamdani, con visioni più centriste e moderate come quelle di Joe Biden o Hillary Clinton. La sintesi poi arriva al momento delle primarie in cui i candidati più forti si sfidano e gli iscritti al partito esprimono le loro preferenze per colui o colei che vorrebbero vedere alla Casa Bianca.
Tornando ai Repubblicani, entriamo nei dettagli delle due fazioni.
I Neocon
La storia dei Neoconservatori si fa risalire agli anni 60-70 del ‘900 e il termine serviva ad indicare quegli intellettuali che si erano staccati dalla Sinistra, a cui appartenevano, per abbracciare la causa conservatrice. Siamo negli anni della Guerra in Vietnam e i Neocon contestavano alla Sinistra americana di essere troppo rinunciataria nello scontro con l’Unione Sovietica, che loro individuavano come il nemico principale della libertà nel mondo. L’ideologia in questione si basa sul pensiero (ampiamente manipolato) del filosofo tedesco naturalizzato americano Leo Strauss secondo cui non esiste un relativismo morale e si è quindi in grado di distinguere il bene dal male. Declinato in termini politologici in Democrazia contro Tirannia. Secondo i Neocon la democrazia liberale e la libertà sono valori universali, quindi “esportabili”, ma fragili ed è quindi necessario difenderli da nemici esterni. Questa visione si è trasformata nella dottrina che vede gli Stati Uniti come i poliziotti del mondo, pronti a stanare tiranni ed esportare democrazia.
Le presidenze di Reagan, molto aggressivo nei confronti dell’URSS, ma soprattutto quella di George W Bush, caratterizzata dalla “War on Terror” post-11/09 e dall’invasione dell’Iraq, sono state le più influenzate da questa fazione che però, complice anche il susseguirsi di presidenti democratici inframezzati da Trump, sembrava aver perso peso nella politica estera statunitense. Questo fino ad oggi.
I MAGA
Per quanto riguarda i MAGA (Make America Great Again per i marziani), la loro storia è molto più recente e ne abbiamo parlato spesso: il movimento nasce nel 2015 con l’ascesa politica dell’oligarca newyorkese Donald Trump capace di catalizzare quella stanchezza, depressione e rabbia che contraddistingue una parte fondamentale della società statunitense e dovute al faticoso ruolo di egemone globale degli States. Il programma di Trump infatti è molto semplice: “essere i padroni del mondo ci ha reso più poveri e più depressi perciò torniamo a casa nostra” (come se fosse possibile).
Questa visione si scontra inevitabilmente con quella neoconservatrice che lo stesso Trump ha criticato più volte: è noto il confronto (a cui partecipò anche Marco Rubio) durante le primarie per ottenere la nomination repubblicana per la campagna del 2016, in cui il futuro presidente definì la guerra in Iraq un “grosso, grasso errore” e accusò l’amministrazione Bush di aver mentito al mondo e destabilizzato il Medio Oriente. Tutto questo rispondendo a Jeb Bush, fratello di George W.
Gli equilibri cambiano
La visione isolazionista vuole rinunciare agli obblighi a cui un impero è tenuto ma questo non è possibile: un impero è tale o muore, non va in pensione. Ed è per questo che Trump nell’ultimo anno, così come nel primo mandato, ha alternato retorica MAGA ad azioni assolutamente neocon: pensiamo all’intervento in Venezuela e in Iran, gli aiuti che continuano ad arrivare in Ucraina e il supporto a oltranza nei confronti di Israele.
Un altro aspetto interessante da sottolineare è che in alcuni casi l’inquilino della Casa Bianca ha motivato gli interventi o possibili attacchi addirittura parlando di “rispetto di diritti umani” o “garanzia di una transizione democratica”...non proprio temi a lui cari.
In questo momento i neocon, che sembravano essere schiacciati dal peso dei MAGA, sembrano essersi ripresi una fortissima influenza sulla Casa Bianca e non è un caso che Vance sembri uscito di scena mentre Rubio accumula responsabilità, potere e riflettori su di sé (alimentando la nascita di meme che lo ritraggono come Presidente del Venezuela, Scià di Persia e Governatore della Groenlandia).

Tornando al discorso di Rubio, questo è un innegabile tentativo di riavvicinare e tranquillizzare i partner europei che hanno reagito con una standing ovation commossa e commovente. Ma a cambiare tra Vance e Rubio è solo la retorica, non gli interessi: gli Stati Uniti continueranno a “chiederci” di riarmarci e non avranno mai un rapporto paritario con noi europei.
In ultimo vi lanciamo una suggestione: con una popolazione latina di 65.000.000 di persone (di cui 81% cittadino americano), che diventeranno 100 milioni entro il 2060 e con la componente bianca che nel 2050 scenderà sotto la soglia della maggioranza assoluta è così assurdo pensare a un derby latino alle prossime presidenziali o almeno a quelle del 2032 con Marco Rubio pronto a sfidare Alexandra Ocasio Cortez? Il voto dei latinos sarà sempre più determinante e il loro orientamento ne varrà del futuro degli Stati Uniti.
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