Cos’è la geopolitica?
Tra le tante definizioni che gli vengono assegnate, la più incisiva a mio parere è quella di Lucio Caracciolo per cui la geopolitica consente l’analisi di conflitti di potere in determinati spazi ma per farlo è necessario il confronto fra le diverse rappresentazioni dei soggetti in competizione e fra i rispettivi progetti. La geopolitica quindi richiede l’immedesimazione nei vari punti di vista. Viene da sé che l’approccio ideologico sia quanto di più distante dell’analisi geopolitica e addirittura deleterio se applicato a quest’ultima. In geopolitica non esistono buoni o cattivi.
Sgombrato il campo da ogni possibile accusa di sostenere una parte o l’altra, di essere un pasdaran o un fiero esportatore di democrazia, procederei ad analizzare i vari punti di vista, gli obiettivi, i rischi e le motivazioni dei tre soggetti ad ora attivi nel conflitto: Stati Uniti, Israele e Iran.
La scommessa statunitense 🇺🇸
Scrivevamo qualche giorno fa di come la componente neocon all’interno dell’amministrazione americana fosse riuscita a cooptare Donald Trump, trasformando il presidente da isolazionista in falco, e a marginalizzare la componente MAGA. Questo è evidente anche nelle foto pubblicate dalla Casa Bianca in cui si vede Rubio al fianco di Trump e Vance in un’altra stanza.

Analizzare la postura degli Stati Uniti in questa guerra è un’operazione assai complicata perché i vari attori all'interno sono mossi da motivazioni diverse.
Partiamo col dire che il Dipartimento della Guerra (Pentagono) non era d’accordo con l’operazione e ha fatto trapelare alla stampa, tramite il capo dello Stato Maggiore congiunto Dan Caine, che l’esercito ha scorte limitate di munizioni con cui proteggere le basi statunitensi nell’area e Israele. Questo però non ha impedito l’inizio del conflitto voluto in particolar modo dalla CIA, che ha fornito le informazioni per colpire Khamenei ad Israele, e dalla Casa Bianca.
Ma perché? L'operazione sembra mancare di qualsiasi ragione tattica o strategica ma…
Ci sono più ordini di motivazioni, dalla più “razionali” alle irrazionali, prima tra tutte: colpire un nemico storico nel momento di maggior debolezza, privo dei suoi satelliti e percorso da spaccature enormi al proprio interno, è apparsa un’occasione golosa per Washington tanto da convincerla che fossero maturi i tempi per un intervento esplicitamente volto a un cambio di regime. Questo è accaduto nonostante, secondo quanto dichiarato dal mediatore delle trattative USA-Iran nonché ministro degli Esteri dell’Oman, l’Iran avesse accettato di non accumulare uranio arricchito, di rendere le riserve irreversibilmente inutilizzabili e di sottoporsi a "ispezioni complete". Molti credono che in realtà le trattative fossero una messa in scena per ammassare le forze americane, in quello che è il dispiegamento statunitense più imponente nella zona dai tempi della guerra in Iraq.

Molti hanno tracciato un parallelismo tra la guerra che distrusse Baghdad e quella condotta contro la Repubblica Islamica e questo spaventa a morte la popolazione statunitense , memore dell’impantanamento già vissuto in quella zona del pianeta che noi occidentali chiamiamo Medio-Oriente. A saperlo più di tutti è la base elettorale di Trump che è ora in rivolta: da Tucker Carlson a Marjorie Taylor Greene, tutti gli esponenti dell’America First hanno espresso la loro ferma opposizione all’ennesimo atto di guerra del tycoon, Nick Fuentes ha persino invitato a non votare alle mid-terms o a votare per i Democratici. Lo stesso Ali Larijani, Segretario del Supremo consiglio per la sicurezza nazionale dell'Iran, ha stuzzicato Trump su questo aspetto accusandolo di aver messo gli interesse di Israele davanti a quelli degli Stati Uniti.
Quest’operazione però rimane una grandissima scommessa, fatta probabilmente senza memoria degli ultimi trent’anni di interventi a stelle e strisce, soprattutto per la Casa Bianca. Sebbene ad ora 2 repubblicani su 3 si dichiarano favorevoli all’intervento, sul piano elettorale questa guerra potrebbe essere un grande macigno sull’amministrazione. Il presidente ha inizialmente legato il successo dell’operazione al rovesciamento della Repubblica Islamica e questo sarà difficilmente raggiungibile in breve tempo (le quattro o cinque settimane citate) e soprattutto senza mettere i “boots on the ground” opzione prima negata poi ripresa in considerazione poi smentita di nuovo, a testimonianza delle differenti vedute e della confusione in seno all'amministrazione. A proposito di questo l’ex segretario alla difesa degli Stati Uniti ed ex direttore della CIA Robert Gates nel 2011 dichiarò:
«Qualunque futuro segretario alla Difesa che consigliasse al presidente di rimandare un grande esercito terrestre americano in Asia, in Medio Oriente o in Africa dovrebbe farsi controllare il cervello».
In democrazia, il tempo è il peggior nemico dei politici e se, come sembra, la guerra non cesserà in breve tempo con una vittoria americana (ovvero l’abbattimento del regime degli Ayatollah) l’all-in di Trump diventerà una fragorosa sconfitta alle mid-terms di novembre con un Congresso presidiato dai democratici. Proprio il Congresso, che detiene formalmente il potere di dichiarare guerra, è ora in rivolta per non essere stato informato prima dell’attacco.
Schizofrenia israeliana 🇮🇱
Netanyahu sembra essere riuscito ancora una volta a “convincere” gli Stati Uniti a unire le forze contro Teheran, stavolta convincendo e non costringendo la Casa Bianca a premere il bottone e puntando al bersaglio grosso: il cambio di regime. Tra le motivazioni date, dalla lotta al terrorismo alla difesa preventiva, a far scalpore sono state le parole di Marco Rubio, Segretario di Stato americano:
“Sapevamo che se l’Iran fosse stato attaccato ci avrebbe immediatamente colpito. E noi non saremmo rimasti lì a subire il colpo”.
Ammettendo quindi di sapere della volontà israeliana di attaccare e di aver agito secondo il detto "chi mena per primo mena due volte".
Israele meditava questa guerra da tempo ed è evidente dall’accuratezza con cui sono stati colpiti i vertici del regime e le infrastrutture militari (non è mancato comunque il bombardamento di una scuola femminile in cui sono morte 165 bambine) ma la domanda rimane, qual è la strategia di Israele?
Dal 7 ottobre 2023 Israele sembra muoversi in maniera schizofrenica per il Medio Oriente stanando e attaccando i suoi nemici senza però chiudere i conti con loro, lasciando quindi più fronti aperti: da Gaza alla Cisgiordania passando per la Siria, l’Iraq, lo Yemen, il Libano e ovviamente l’Iran. Questo porta con sé numerosi rischi soprattutto per uno Stato piccolo territorialmente e demograficamente come Israele dalla logistica alla tenuta sociale. Proprio quest’ultima sembra essere a lungo andare il vero punto debole dello Stato Ebraico in cui convivono malsopportandosi più “tribù” (che approfondiremo in un prossimo articolo):
gli ebrei laici occidentali detti anche ashkenaziti;
i mizrahi, sempre ebrei ma provenienti da paesi arabi o islamici
gli ultraortodossi (haredi). Proprio questi ultimi si oppongono con forza al bellicismo dell’esecutivo Netanyahu e all’introduzione dell’obbligo di leva anche per loro dopo esserne stati storicamente esentati. Ne sapremo riparlare.

Le divisioni sull’idea di Israele non si fermano alla popolazione ma permeano anche l’establishment: da tempo infatti vi sono attriti tra i vertici militari e il governo sulla conduzione della guerra (o delle guerre), i primi infatti vogliono evitare a tutti i costi l’isolamento internazionale di Israele mentre il secondo, permeato da una componente ultra-nazionalisti afferente al gruppo dei mizrahi di cui Ben-Gvir e Smothrich fanno parte, sembra essersi convinto del sogno del Grande Israele. Va da sé che i due piani non vadano insieme.
Torniamo dunque alla strategia, perché si è attaccato l’Iran? Quest’ultimo è il nemico perfetto che unisce tutto il paese, attaccarlo significa compattare il fronte interno a data da destinarsi. Sfogare fuori quello che altrimenti verrebbe sfogato dentro. Ma allo stesso tempo, rovesciare il regime iraniano per instaurarne uno vicino agli interessi di Washington non farebbe gli interessi di Israele, questo per molteplici motivi: primo fra tutti un Iran filo-americano sarebbe inattaccabile ed impedirebbe quindi quello strumento di compattamento del fronte interno di cui parlavamo prima, in secundis Tel Aviv gode di uno status privilegiato rispetto agli europei nei confronti dell’egemone statunitense proprio perché pedina fondamentale nel contenimento della Repubblica Islamica. Con la caduta del regime islamico cadrebbe anche il riguardo e il supporto sine die che Washington offre allo Stato Ebraico.
Iran: difesa a oltranza 🇮🇷
L'uccisione di Khamenei oltre ad essere simbolicamente potentissima ha fatto sì che conflitto compisse sicuramente un salto di qualità. La sua morte ha segnato un prima e un dopo nel conflitto. Il potere ora è passato nelle mani del figlio, appena eletto Guida Suprema (probabilmente per trasmettere continuità), ma le dinamiche di potere restano da definire: sebbene l’ordinamento iraniano stabilisca che alla morte del Rahbar la gestione del paese è affidata a un Comitato di transizione composto dal presidente della Repubblica, dal capo della magistratura e un rappresentante del Consiglio dei Guardiani rispettivamente Masoud Pezeshkian, Gholamhossein Ejei e l’ayatollah Alireza Arafi; a farsi largo in questo periodo è stato Ali Larijani capo del Supremo Consiglio per la Sicurezza nazionale dell'Iran. Nominato in questo ruolo dalla Guida Suprema Khamenei, dopo la “Guerra dei Dodici Giorni”, Larijani è a capo dell’organo che coordina ogni risposta alle crisi di sicurezza interna ed esterna, quindi dalle proteste di gennaio fino all’attacco israelo-statunitense. Ad ora i due centri di potere non sembrano scontrarsi e a prevalere sembra la linea della resistenza ad oltranza, ovvero, spostare la lancetta del tempo sempre più avanti consapevoli della necessità, soprattutto degli Stati Uniti, di chiudere la partita velocemente.

La vittoria di Teheran quindi non è sconfiggere il nemico ma portare la guerra per le lunghe ed arrivare al tavolo dei negoziati per strappare condizioni favorevoli agli avversari obbligati alla tregua. Questa strategia è stata portata avanti attraverso il bombardamento delle basi americani, dei paesi che le ospitano (con particolare insistenza su impianti e infrastrutture energetiche) e di Israele fino al blocco dello Stretto di Hormuz. Quest’ultima mossa kamikaze del regime, che basa gran parte della sua economia sull’esportazione di petrolio, dimostra quanto il conflitto per Teheran sia diventato esistenziale.
Il messaggio è chiaro: questo soggiorno iraniano lo pagherete caro.
I destinatari non sono solo statunitensi e israeliani ma anche ai (presunti) alleati cinesi, i veri grandi importatori del petrolio iraniano che ad ora hanno mosso solo una protesta formale nei confronti degli attacchi.
Lo Stretto è un braccio di mare che collega il Golfo dell’Oman, ovvero il tratto del Mare Arabico compreso fra la costa dell’Oman e quella più meridionale dell’Iran da cui passa circa il 30% del petrolio mondiale, al Golfo Persico. Le alternative al passaggio marittimo sono limitate e alcuni analisti hanno fatto notare come la concentrazione dei flussi petroliferi in questi canali alternativi li rende più vulnerabili agli attacchi iraniani. La reazione sui mercati è stata immediata con un raddoppio dei prezzi del petrolio e un’impennata di quello del gas dovuto soprattutto alla decisione di QatarEnergy di fermare la produzione a seguito di danneggiamenti a infrastrutture chiave inflitte da Teheran.
Il mondo alla finestra 🌎
Nel mondo intanto c’è chi osserva attentamente la situazione come la Cina, che spera in un impantanamento dell’egemone, la Russia, che pur volendo non avrebbe le forza di agire ma che almeno vedrà respirare la sua economia aumentando i prezzi del greggio, e la Turchia. Su quest’ultima è necessario fare un approfondimento in più: con Teheran fuorigioco diventerebbe lei il nemico regionale di Israele. Pochi giorni fa l’ex premier Naftali Bennett, prossimo sfidante di Netanyahu alle elezioni, aveva ammonito l’opinione pubblica israeliana
«La Turchia è il nuovo Iran…La Turchia e il Qatar hanno acquisito influenza in Siria e stanno cercando di estenderla altrove in Medio Oriente, in tutta la regione…».
Un’altra conseguenza del conflitto potrebbe vedere i paesi del Golfo perdere fiducia nei confronti di Tel Aviv, stracciando i Patti di Abramo, e stringere i rapporti con Ankara. Ma allo stato attuale delle cose questa è (ancora) solo una suggestione.
Poi c’è chi sta al gioco come Germania e Regno Unito, con la seconda che ha messo a disposizione le proprie basi per ora solamente per scopo difensivo.
Chi nasconde la testa sotto la sabbia come l’Italia la cui ininfluenza è stata resa nella tragicomica vicenda che ha visto Crosetto bloccato a Dubai.
Chi si oppone (vedremo per quanto) come la Spagna.
Infine c’è chi fa il suo gioco come la Francia: ogni qual volta gli Stati Uniti sono distratti altrove i francesi cercano in ogni modo di guadagnarsi influenza nel continente europeo con tentativi più o meno velleitari. Stavolta Macron ha annunciato l'aumento della produzione delle testate atomiche, lo stop della divulgazione dei numeri a riguardo, e ha offerto l’allargamento dell’ombrello nucleare a Gran Bretagna, Germania, Olanda, Belgio, Danimarca, Polonia, Svezia, Grecia e Italia che ha però declinato l’offerta. L'utilizzo però rimarrebbe prerogativa esclusiva del Presidente della Repubblica francese. L'obiettivo di Parigi è chiaro catalizzare l’incertezza in merito agli atteggiamenti di Washington a proprio vantaggio.
Lo scenario è complesso, speriamo di poterlo continuare a commentare a distanza di sicurezza.
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