lunedì 26 ottobre 2026

Il presente che non possiamo abitare: la crisi abitativa che ci nega il futuro

La crisi abitativa non è solo un problema di offerta, ma un problema di senso. C’è una domanda che ci si pone spesso, e che raramente trovo nei dibattiti pubblici: ma le case mancano davvero?

La risposta, almeno in Italia, è no. Secondo i dati ISTAT, nel nostro Paese ci sono tra 9,6 e 10 milioni di case vuote, pari a circa il 27-30% del patrimonio immobiliare nazionale. In pratica, una casa su tre è disabitata: immobili abbandonati, fatiscenti, seconde case inutilizzate, appartamenti non locati per paura della morosità o congelati da eredità complesse. Ce lo conferma anche il 4° Rapporto Censis-Federproprietà, che conta ben 8,5 milioni di “case dormienti”.

Non si tratta di un paradosso geografico tra un Sud che si spopola e un Nord che soffoca: anche a Milano, Roma e Torino la percentuale di abitazioni sfitto-dormienti oscilla tra il 12% e il 23%. E nel frattempo continuiamo a cementificare, su terreni agricoli e suoli vergini, in un Paese che ha già più cemento di quanto sappia gestire e nel pieno di una crisi climatica drammatica.

I nostri genitori, nella maggior parte dei casi, hanno comprato casa. Con sacrificio, con l’aiuto delle famiglie, ma in un momento storico in cui i prezzi e gli stipendi avevano una proporzione reale e il potere d’acquisto reggeva. La casa non era una speculazione finanziaria: era la base solida, il punto di partenza da cui costruire il resto: la famiglia, i figli, la propria vita.

Poi le cose hanno iniziato a scricchiolare. Negli ultimi anni la situazione è diventata sempre più barcollante: stipendi bloccati, contratti precari, orari di lavoro infiniti a fronte di entrate che non coprono più il costo della vita. La corda si è tirata lentamente, in silenzio.
A tutti gli effetti siamo la prima generazione che fa fatica a compiere quel famoso ascensore sociale rispetto ai propri genitori.

Le persone hanno iniziato a manifestare stanchezza, cedimenti. Non si fanno più figli da tempo, e non per egoismo o disinteresse, ma per la pura e semplice impossibilità economica di far fronte a un costo della vita sproporzionato.

Facciamo due calcoli alla mano, senza ipocrisie. Prendiamo uno studente medio che va all'università statale in una grande città, rientrando persino nella fascia più bassa di tasse:

  • Tasse universitarie (fascia minima) + contributi: circa 500 - 800 € all'anno.

  • Affitto di una stanza singola: a Milano o Bologna la media supera ormai i 550 - 600 € al mese (oltre 6.500 € all'anno solo per un letto).

  • Mezzi pubblici e trasporti: 250 - 350 € all'anno.

  • Spese per la spesa alimentare e beni primari: almeno 250 € al mese (3.000 € all'anno).

  • Visite mediche, farmaci, libri e imprevisti: facilmente 500 € all'anno.

Il conto finale parla chiaro: per mantenere un figlio agli studi servono tra i 10.000 e i 12.000 euro all'anno.

Cosa ci si aspetta? Non tutti sono mantenuti dai genitori o arrivano da famiglie benestanti. Molte famiglie semplicemente non possono permettersi queste cifre, e la favola dello “studente che lavora per pagarsi gli studi” crolla di fronte a ritmi di studio serrati e lavori sottopagati a 5 euro l'ora. Chi non ha le spalle coperte viene tagliato fuori prima ancora di iniziare.

La corda si è spezzata

Oggi non siamo più nella fase della stanchezza: siamo nella fase dello scoppio. La situazione è diventata ingestibile e la rabbia è esplosa. Non riguarda soltanto gli studenti, ma almeno due intere generazioni, compresi i trentenni, ormai esausti, bloccati in contratti instabili, incapaci di accedere a un mutuo se non indebitandosi per 30 o 35 anni per bilocali bui e periferici, oppure costretti ad affitti che divorano oltre il 60% dello stipendio.

Una generazione che per anni è stata ignorata, minimizzata nelle sue richieste e liquidata con paternalismo, alla fine si stanca e si arrabbia.

Questa rabbia non è un’astrazione, ma la marea di eventi storici e contestazioni a cui assistiamo. In Spagna, la tensione sociale intorno alla casa è esplosa dopo il tragico epilogo di drammatici sfratti e la bocciatura dei decreti contro la speculazione e gli affitti brevi, portando oltre 70mila persone a Madrid e in cinquanta città a paralizzare il Paese, fino all'apertura di una crisi istituzionale e alla caduta del governo Sánchez. In Francia, la protesta giovanile ha unito liceali e sindacati (i cosiddetti “gilets jeunes”) arrivando a chiudere 500 scuole e portando in piazza oltre mezzo milione di persone.

È qui che si spiegano anche le piazze piene e le proteste di questi giorni in Italia: dalle tende piantate davanti agli atenei fino ai cortei nelle metropoli. Le mobilitazioni contro il carovita e le speculazioni immobiliari, le manifestazioni dell'Udu (“Cara Italia, quanto ci costi?”) e le piazze infiammate da Madrid a Parigi fino a Milano e Bologna non sono una sequenza casuale di disordini. Sono la manifestazione logica e inevitabile di chi sente di non avere più nulla da tutelare.

La risposta politica, intanto, rimane del tutto insufficiente: da un lato annunci propagandistici come i Piani Casa che promettono alloggi tra dieci anni o finanziano residenze private da 1.000 euro al mese; dall'altro, la solita logica di repressione o l'inasprimento delle pene. Ma la deterrenza e la minaccia di punizioni funzionano soltanto se una persona ha un futuro da proteggere. Se il futuro ti è stato già negato o chiuso in partenza, la minaccia perde ogni efficacia.

La qualità dell’abitare e la resa generazionale

C’è un altro tema che il dibattito pubblico quasi non tocca: la qualità di ciò che si abita. Negli ultimi vent’anni ci si è assuefatti a progettare e costruire — nell'edilizia convenzionata come nei nuovi cantieri a libero mercato — con la sola logica del risparmio di metri quadri. Finestre sottilissime, soffitti bassi, assenza di balconi, bagni ciechi, stanze che assomigliano a celle. Capisco il voler massimizzare i profitti, ma non sarà eccessivo?

La qualità della luce, lo spazio per muoversi, una finestra sul verde non sono lussi: sono condizioni minime di dignità abitativa e di salute mentale e fisica. Eppure un’intera generazione si è abituata a non pretendere più queste cose, semplicemente perché sa di non potersele permettere. Si è adattata al ribasso, fino al punto in cui avere “un posto dove dormire nella città in cui si lavora o studia” è già considerato un traguardo.

Soluzioni?

La soluzione alla crisi abitativa non passa da nuove colate di cemento su suoli agricoli. Passa da scelte politiche precise che finora si è evitato di prendere ma che inizierei a prendere seriamente in considerazione:

  • rimettere in circolo il patrimonio vuoto, con incentivi fiscali per chi affitta a canoni calmierati e disincentivi reali per chi mantiene immobili sfitti;

  • regolare gli affitti brevi, per evitare la desertificazione dei centri urbani a favore del turismo;

  • garantire standard di dignità edilizia, con requisiti imprescindibili che garantiscano la reale fruibilità del bene per chi lo abita.

  • garantire maggiori tutele per i proprietari che affittano casa con azioni da parte del governo di appoggio temporaneo per i morosi e persone in situazione di forte povertà/difficoltà


E soprattutto, idealmente, smettere di trattare la casa come un asset speculativo e restituirle il suo valore di diritto primario.

Quello che stiamo perdendo

La casa non è soltanto un tetto sopra la testa. È il luogo del radicamento, lo spazio in cui la persona trova continuità nel tempo e costruisce relazioni, progetti, famiglia, comunità. Una generazione a cui viene negata la possibilità di abitare degnamente è una generazione a cui viene negata la possibilità di radicarsi e di immaginare il futuro.

La rabbia che oggi scende nelle piazze non è un'esplosione improvvisa e irrazionale: è l'effetto di una corda tirata per troppi anni che alla fine si è spezzata. E quella sensazione di essere stati esclusi da un diritto fondamentale è diventata, inevitabilmente, una questione politica di cui tutti noi dobbiamo occuparci, arrabbiarci, lottare. I politici dovrebbero aprire un dibattito con le nostre generazioni, costruire un futuro con noi, per noi, del resto sarebbe in teoria il loro lavoro, eh già, sarebbe.

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