martedì 20 ottobre 2026

Le ragioni dei blocchi al sud

Da Foggia a Gela, da Cosenza a Brindisi, gli autotrasportatori bloccano strade e porti contro un gasolio ad oltre 2,25 euro al litro. Dietro la protesta ci sono tre guerre, un fisco che pesa per metà sul prezzo e ristori promessi a maggio che non sono ancora arrivati.

Dal 12 ottobre la Puglia è attraversata da blocchi stradali e presidi di autotrasportatori e agricoltori, che hanno fermato la statale 17 a Lucera e il casello di Poggio Imperiale sull'A14. Il motivo è il prezzo del gasolio, che il 16 ottobre ha raggiunto in media 2,256 euro al litro in modalità self, contro un valore di 1,644 a inizio gennaio. Dal 16 ottobre si sono aggiunti il fermo siciliano e i presidi in Calabria, Basilicata e Campania, mentre in alcune province le pompe sono rimaste a secco. Il governo ha risposto convocando le associazioni per oggi a Milano, ma Unatras e Conftrasporto minacciano il fermo nazionale se non arriveranno risposte concrete. Capire come si è arrivati fin qui richiede di guardare sia ai conti delle imprese sia a quanto accade ben oltre i confini italiani. 

Una protesta a macchia di leopardo

Il cuore della mobilitazione è il Foggiano, dove camionisti, olivicoltori e trattori presidiano strade e caselli. Ad Andria è stata bloccata la tangenziale, a Brindisi i presidi proseguono da giorni, e gli agricoltori protestano anche per il crollo del prezzo dell'olio, una rivendicazione diversa che si è saldata a quella dei trasportatori. Il risultato sono distributori a corto di carburante e scaffali semivuoti in alcuni supermercati. 

In Sicilia il Comitato autotrasportatori siciliani ha fermato i semirimorchi nei porti dell’isola dal 16 ottobre fino alla mezzanotte del 20, bloccando anche lo scarico delle navi cariche di ortofrutta. A Palermo i manifestanti hanno chiuso l’ingresso del molo Santa Lucia, mentre l’associazione delle imprese di trasporto passeggeri Anav teme di non poter garantire i servizi di linea, perché alcune consegne di gasolio ai depositi si sono interrotte. In Calabria il fermo è stato proclamato da Fedralog fino al 20 ottobre, con quindici presidi e senza veri blocchi. La federazione è stata ricevuta in prefettura a Catanzaro, mentre il Comune di Reggio Calabria ha reso gratuito per otto giorni il trasporto pubblico. A Cosenza e Catanzaro molte stazioni hanno esaurito le scorte. In Puglia il sit-in al casello di Poggio Imperiale prosegue dal 12 ottobre e gli agricoltori valutano se portare la protesta a Roma, mentre un corteo di circa 500 tir avrebbe percorso la statale 379 da Brindisi verso Bari. A Taranto, inoltre, si è sovrapposto un fattore logistico che con il prezzo c’entra poco: per giorni i lavoratori dell’ex Ilva hanno presidiato i varchi della raffineria Eni, con un blocco rimosso solo la mattina del 16 ottobre, e lo stop alle autocisterne ha prodotto carenze di rifornimento fino in Calabria. A velocizzare l’esaurimento delle scorte può aver contribuito anche il tetto ai prezzi di Eni, che ha reso più attrattive le stazioni Enilive. In Basilicata restano attivi i blocchi sulla statale 106 Jonica a Scanzano Jonico, con transito consentito alle auto, e a Potenza molti distributori espongono il cartello «tutto esaurito». In Campania sono segnalati blocchi e presidi, e il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte ha incontrato i camionisti al presidio di Maddaloni. A Genova, la protesta dei lavoratori dell’ex Ilva di Cornigliano è arrivata fino all’aeroporto Cristoforo Colombo, dopo la richiesta di cassa integrazione avanzata dai commissari. La misura riguarda fino a 870 lavoratori su 917 dipendenti. Dopo un incontro in prefettura i lavoratori hanno deciso di proseguire la mobilitazione e si preparano a passare la notte in aeroporto. 

Fuori dal Mezzogiorno, ad eccezione di Genova, non risultano blocchi. In Toscana non è stato proclamato alcun fermo regionale, ma le sezioni locali di Confartigianato, come quella di Grosseto, si dicono pronte a seguire Unatras in un eventuale stop nazionale. Un operatore pugliese riferisce che qualcosa si muoverebbe anche in Lombardia e Piemonte e che alcuni corrieri avrebbero sospeso le spedizioni dal Nord verso il Sud, ma sono indicazioni non confermate da altre fonti. Resta il tema dell'attenzione mediatica. Lo stesso operatore lamenta che della protesta non si parli nei circuiti dei media nazionali. La copertura oggi è ampia, ma è arrivata tardi: i servizi delle principali testate nazionali online risultano concentrarsi dal 15 ottobre, quando sono arrivati i distributori a secco e la convocazione del tavolo, cioè tre giorni dopo l'inizio dei blocchi in Puglia. Per giorni la vicenda è rimasta soprattutto un fatto locale e di settore, finché code e pompe a secco non l'hanno portata all'attenzione del resto del Paese. 

Tre guerre, un fisco e poche raffinerie

Per le imprese di autotrasporto il conto è pesante. Il prezzo medio mensile del gasolio ha superato i 2,16 euro il mese scorso, con un rincaro di 0,35 euro al litro rispetto a febbraio, e per un mezzo che percorre 100mila chilometri l'anno significa 8mila euro in più in otto mesi. La benzina costa oggi in media 2,034 euro e come ben noto, la causa principale è esterna. 

Dal 28 febbraio, con gli attacchi di Stati Uniti e Israele contro l'Iran, lo Stretto di Hormuz, da cui passa circa un quinto del petrolio mondiale, è stato chiuso o strozzato, e il Brent è salito dai circa 70 dollari di gennaio ai 105 di questi giorni. Tregue e memorandum non hanno riaperto il passaggio in modo stabile ed a settembre i flussi erano tornati vicini all'80% dei livelli prebellici, ma i nuovi attacchi alle navi di ottobre hanno causato una nuova  oscillazione. Esisteva una via di riserva, l'oleodotto saudita verso il Mar Rosso, ma gli Houthi l'hanno resa insicura con l'embargo sulle navi saudite, la presa dell'isola di Perim e gli attacchi di ottobre contro le strutture Aramco. A questo poi, si somma il costo del rischio, cioè i premi assicurativi di guerra che per le superpetroliere sono saliti dallo 0,25% a una forbice tra il 3 e il 10% del valore della nave, e secondo le stime di settore assicurazioni e noli hanno aggiunto 7-8 dollari a barile. 

Una seconda guerra spiega perché il gasolio costi più della benzina. I droni ucraini hanno colpito con continuità le raffinerie russe, e Mosca, secondo esportatore mondiale di diesel, ha vietato l'export di benzina e gasolio fino al 31 gennaio 2027. Il margine di raffinazione del diesel,  in tempi normali vale 15-20 dollari al barile e a inizio ottobre avrebbe superato i 100, con una scarsità che l'Agenzia internazionale dell'energia prevede fino a tutto il 2027. Il margine indica quanto vale il gasolio prodotto rispetto al costo del petrolio necessario per ottenerlo, ed il suo andamento varia in base a molteplici fattori, quali la domanda di mercato, tensioni internazionali e dai costi di trasporto ed assicurazione.

Le conclusioni del Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre (EUCO 14/26) confermano il peso delle cause esterne. Il testo condanna qualsiasi atto che impedisca alle navi commerciali di entrare e uscire da Hormuz e precisa che nessun accordo sullo stretto deve limitare la libertà di navigazione o modificarne la governance, un passaggio che si legge sullo sfondo delle notizie sui pedaggi imposti da Teheran. Condanna anche gli attacchi degli Houthi contro l'Arabia Saudita e il trasporto marittimo nel Mar Rosso, chiede di rafforzare la missione navale europea Aspides e avverte che la crisi rischia di causare perturbazioni durature per energia, concimi e prodotti alimentari. Il Consiglio europeo deplora inoltre la decisione degli Stati Uniti di revocare temporaneamente le sanzioni sul diesel russo. 

Poi c'è la parte che dipende da Roma. Dal 1° gennaio 2026 l'accisa è fissa a 67,29 centesimi al litro e l'Iva al 22% si applica anche su di essa. Su un litro di benzina a 2,035 euro le imposte valgono circa 1,04 euro, poco più della metà, e ogni aumento del prezzo industriale fa crescere in automatico anche il gettito Iva. La media europea della benzina è 1,93 euro, nove centesimi sotto l'Italia ed Eni ricorda inoltre che in Europa sono state chiuse quasi trenta raffinerie in quindici anni.

Sconti scaduti, price cap e ristori mancati

Il governo è intervenuto con tagli temporanei delle accise, pari a circa 25 centesimi al litro Iva compresa da marzo, poi limitati al solo gasolio con lo sconto di 17 centesimi deciso a fine luglio. La premier Meloni lo aveva presentato come risposta a un rincaro «che non abbiamo determinato ma dobbiamo gestire». A settembre il taglio è sceso a 12,2 e poi a 6,1 centesimi, ed è terminato il 6 ottobre senza essere sostituito. La linea dell'esecutivo è quella degli aiuti mirati, senza sconti a pioggia, mentre sulle accise mobili, il meccanismo che finanzia gli sconti con l'extragettito Iva, il viceministro Leo ha riferito alla Camera che non c'è alcuna decisione e che il decreto non è stato pubblicato. Un aiuto è arrivato da Eni, seguita da altre compagnie: dal 28 settembre le stazioni Enilive applicano un tetto di 1,99 euro per la benzina e 2,19 per il gasolio per trenta giorni, prorogabile fino a fine anno. Palazzo Chigi ha ringraziato, mentre Bonelli di Avs ha osservato che il prezzo calmierato, evidentemente, era possibile. Ma per l'autotrasporto la partita riguarda soprattutto i ristori ed Il 22 maggio, a Palazzo Chigi, governo e associazioni avevano siglato un'intesa che prevedeva un credito d'imposta sul gasolio da 434 milioni di euro, ma Unatras sostiene che finora le imprese non hanno ricevuto nulla. Il Comitato siciliano lamenta anche il ritardo nei pagamenti del Sea Modal Shift, che il ministero, riferisce la Fiap, vorrebbe liquidare a novembre. Sindacati ed operatori del settore chiedono nuovi stanziamenti, che a loro dire l'accordo prevedeva se i prezzi avessero continuato a salire.

Oggi il tavolo a Milano

La risposta politica è arrivata a protesta già in corso, ragion per cui, dopo l'ultimatum di Unatras, il ministero dei Trasporti ha fissato il tavolo per oggi 20 ottobre alla Prefettura di Milano. Egli stesso, più volte aveva ammesso la difficoltà di fronteggiare un prezzo destinato a restare alto nel medio periodo, indicando i fondi europei come una strada possibile. La novità più rilevante riguarda le risorse che Salvini ha chiesto al Mef, ovvero di almeno 80 milioni da stanziare subito, dicendosi certo che porterebbero «maggior serenità», ma per ora non risultano stanziati. Il ministero lavora inoltre per accelerare i 590 milioni già previsti per il rinnovo del parco veicolare, finora fermi per ostacoli burocratici, e per rendere subito disponibili le risorse contro il caro gasolio. Il Mit cerca anche fondi per coprire gli interventi per tutto il 2026, risorse aggiuntive per il fondo autotrasporto e l'estensione del credito d'imposta al 2027. Le associazioni restano però caute, Assotir parla di latitanza delle istituzioni e Fedralog si dice pronta ad andare a Roma con i tir se entro il 20 ottobre non arriveranno risposte concrete, e il Comitato siciliano revocherà il fermo solo se Salvini firmerà il protocollo di impegni e li incontrerà il 20, altrimenti resterà fino al 27. Sullo sfondo c'è il confronto con Bruxelles. Il 30 settembre Giorgia Meloni ha annunciato di voler chiedere Von der Leyen maggiore flessibilità di bilancio, ma già in primavera la Commissione aveva escluso che ricorressero le condizioni per sospendere il Patto di stabilità. Il vertice del 15 e 16 ottobre scorso, non ha cambiato il quadro, per cui non contengono alcun riferimento in merito all’abbassamento del prezzo del carburante. L'elenco delle iniziative guarda soprattutto l'industria, dove il Consiglio europeo accoglie l'intenzione della Commissione di prorogare il quadro temporaneo sugli aiuti di Stato per i settori industriali più esposti, di sviluppare un quadro a breve termine per ottimizzare la capacità delle raffinerie europee e di raggruppare su base volontaria la domanda di energia. L'autotrasporto non è citato, e il quadro sulle raffinerie è per ora un'intenzione della Commissione, non una misura in vigore. Sul fronte delle compagnie, Bruxelles non prepara una tassa comune sugli extraprofitti e rinvia agli Stati, mentre Elly Schlein chiede al governo di applicarla in Italia. Il tavolo del 20 ottobre dirà se il governo ha qualcosa di più da offrire. Restano alcune domande. Il prezzo alla pompa dipende in gran parte da fattori che Roma non controlla, ma una quota rilevante è fiscale, e sull'Iva lo Stato incassa oggi più che a gennaio.

Un tetto volontario di Eni e delle maggiori compagnie petrolifere può bastare a calmierare i prezzi mentre i ristori promessi a maggio restano sulla carta? Gli aiuti mirati sono la scelta giusta o un modo per non sforare i conti? E chi deve pagare una crisi energetica nata fuori dall'Italia: i contribuenti, le compagnie petrolifere, l'Europa, che per ora risponde con aiuti alle industrie e un quadro sulle raffinerie senza nominare chi riempie il serbatoio ogni mattina? Se il gasolio resta alto, come ha ammesso lo stesso esecutivo, a perdere terreno saranno prima di tutto le piccole imprese del Sud che oggi hanno fermato i camion.

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