La questione sicurezza è centrale nel dibattito pubblico e coinvolge un’ampia gamma di temi: dall’immigrazione alla povertà, fino al ruolo delle forze dell’ordine. Partiamo dai fatti, e un fatto è – essenzialmente – che «la disuguaglianza economica e sociale è uno dei principali fattori correlati alla delittuosità nelle città metropolitane»; infatti, la classifica delle cinque città con il tasso più alto di crimini ogni 100 mila abitanti vede Milano al primo posto seguita da Firenze, Roma, Bologna e Rimini: il crimine non si distribuisce proporzionalmente alla povertà assoluta; bensì, è più presente nelle aree a maggiore sviluppo economico e disuguaglianza distributiva, assumendo così la forma di un fatto relativo - relazionale - e non assoluto. Non è un caso che anche gli effetti maggiormente esplosivi e dannosi delle ultime proteste siano avvenute a Bologna e a Milano.
Esistono elementi meramente concreti che implicano una maggiore concentrazione di attività illecite nei luoghi diseguali, tendenzialmente densamente popolati e pieni di spazi ad alti flussi di persone, come stazioni, mercati ecc.. Tutte le presenti questioni - in termini amministrativi – sono in realtà molto interessanti e nascondono molte riflessioni e studi che andrebbero - a seconda dei casi d’interesse - approfonditi singolarmente; pertanto, la mia non vuole essere una polemica contro questi temi volta ad escluderli, ma una considerazione sul fatto che il punto sia, in realtà, molto più ampio.
Così giustifico la scelta di non approfondire i dati per favorire una riflessione qualitativa che impone una rottura radicale coinvolgendo la collettività tutta, evitando così una classica discussione sui partiti e i programmi elettorali; anche perché i dati sulla criminalità, tra quella immersa e mancata denuncia, possono essere facilmente messi in discussione. La questione è tanto sfumata quanto radicale.
Il fatto che al centro vi sia la disuguaglianza implica una connessione tra questioni macro e questioni micro; sostanzialmente, l’aspetto macro coinvolge le trasformazioni economiche e del lavoro a livello globale e la cultura che ci plasma; quello micro è inerente a come specifici gruppi reagiscono alle suddette condizioni. Questa tensione macro-micro è applicabile – come insegna Bronfenbrenner - a diversi ambiti del mondo sociale, criminalità e micro-criminalità annesse; nello specifico, in questi ambiti ci si riferisce al proliferarsi di sub-culture nate su risentimento e percezione di ingiustizia sociale che dirottano l’attenzione del singolo sul crimine come principale mezzo di sostentamento e guadagno immediato piuttosto che sulla presa di coscienza ed emancipazione collettiva. Questi sentimenti andrebbero contestualizzati in un quadro comune arido di prospettive esistenziali: masse di individui si sono conformate ad un’unica visione di felicità che il sistema non riesce a garantire a tutti, ed ecco il risentimento verso chi – apparentemente – vi è riuscito; «con tutto intorno a noi che si sposta, un rifugio sempre risiede nell’uniformità dell’identitcità, una fedeltà esclusiva, che invalidi tutte le altre responsabilità».
Questione interessante è chiedersi: qual è il criterio che definisce o meno una persona che è riuscita nella vita? La riflessione è da inserire nel crollo – in Italia a partire dal boom industriale dei ‘60 – delle culture popolari sostituite dalla massa consumistica che ha frammentato la collettività, prima in consumatori e poi in produttori-imprenditori; ovvero dei narcisisti impenitenti, per i quali «la libertà è prima di tutto libertà di concorrenza, e gli individui sono prima di tutto competitors». Il narcisismo può significare autosufficienza, insensibilità, incapacità di amare, culto della propria immagine, superbia, solitudine, depressione, disperazione; dove l’amore è un’autocelebrazione priva di reciprocità: uscire dal narcisismo significa accettare la propria parzialità. A ben pensare, la crescente disuguaglianza nasce dal fatto che chi può si arricchisce senza remore e chi non può, invece di mettere in discussione questioni come le presenti, reagisce cercando una soluzione altamente personale: contro gli altri o contro sé stesso, ma se il mondo non finisse dove finisco io?
Il presente quesito è valido per ambo le parti: per i riusciti che vivono nelle loro villette a schiera all’americana, che fanno i viaggi da mettere su Instagram e vanno in palestra a tirarsi; a chi campa di Naspi, vive nelle popolari e si nutre di feed celebranti la vita altrui. Pensare che il mondo coincida con me stesso è ciò che bisogna mettere in discussione, trovare altre strade, insieme: chi ha, potrebbe accontentarsi di meno; chi non ha, potrebbe parlare con il proprio vicino e capire come fare a cambiare le cose. Nuovamente, le violenze esplose a Bologna e Milano sembrano ricalcare la questione sebbene in modalità differenti: si è molto parlato nei media tradizionali di gruppi di giovani radunati per approfittare della situazione e diffondere ancora più caos, vandalizzare, derubare. Forse, in questo caso, i ragazzi in questione sono usciti da una visione individuale per aggregarsi, ma il punto non cambia: per chi ha approfittato del momento e la cui partecipazione ha avuto solo senso distruttivo, il modello di riferimento non è stato messo in discussione, la coesione non è stata politicizzata, il punto di vista è rimasto personale
Mettere in discussione il proprio punto di vista potrebbe suggerire che ci sono altri modelli di vita, potrebbe aiutare a redistribuire, a non invidiare chi vive nelle villette a schiera e viaggia per metterlo su IG. Questo non vuole essere victim blaming, né nei confronti della vittima di un’intimidazione o di un furto, né nei confronti di un giovane cresciuto in un ambiente deprivato che trova nell’offesa all’altro un senso identitario: il punto della questione è molto semplice, uscire dalla ragione strumentale del consumo che vuole che un vita ben vissuta, lo sia entro una certa logica: che poi si scelga che essa sia la villetta a schiera, la scarpa griffata o il camper per visitare il mondo tutto, poco cambia. Accettare la propria parzialità significa accettare che la meta non può coinvolgere solo noi.
Il fatto è che ci piace farci i cazzi nostri. A tutti. La discussione potrebbe assumere uno sviluppo banale, ma forse è nella semplicità che un fatto riesce ad essere incisivo. Potrei allungare il brodo con termini o riflessioni profonde, ma il punto in fondo è che ci piace farci i cazzi nostri e dobbiamo farcene una ragione.
Mettere in discussione questo specifico tratto della nostra società pare inevitabile al fine di comprendere realmente quali siano i cancri moderni, altrimenti? Non può esistere alternativa.
Fingere che vada tutto bene e che la criminalità sia solo frutto di mancanza di controllo, povertà o immigrazione (tutte questioni assolutamente da approfondire) rischia di farci perdere il vero punto della questione, perché se esistesse un principio solido di reciprocità, il mondo non sarebbe perfetto ma il clima non sarebbe questo.
Pensare che la questione sia risolvibile intervenendo coattamente su quei luoghi dove si formano certe sub-culture significa non capire che non si può svuotare l’oceano con il cucchiaino, anche perchè il tratto caratteristico delle sub-culture è essere sub - sotto alla cultura dominante - e non contro, come le controculture: se il tema della legalità è connesso a specifiche sub-culture, il punto sta nella cultura generale, no? Interventi a geografie prioritarie concentrati su specifici quartieri, su specifiche sub-culture, sono già stati applicati: si vedano i casi delle banlieu francesi; il risultato è stato solo uno spreco di risorse e la stigmatizzazione di luoghi e gruppi sociali. In merito, la proposta relativa al cosiddetto “Ddl Anti-Maranza” fa sorridere.
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