E per lodare un uomo degno, lo lodavano così: buon agricoltore, buon colono; chi così veniva lodato, si pensava che avesse ricevuto la massima lode.
Con queste parole Catone descrisse la professione che civilizzò l’uomo nel suo celebre De agri cultura.
Questo breve elogio risuona con maggiore imperatività in questi giorni, nella tempestività della protesta infervorata nelle campagne del Sud, in quella parte d’Italia dove da sempre la terra ha scandito, e scandisce, la frequenza vitale delle persone. Una banalizzazione superficiale indurrebbe ad addebitare la crisi del comparto alla quadruplicazione dei costi del carburante, ma invece, si celano retroscena molto più complessi.
Muovendosi nel comparto ortofrutticolo, il rialzo dei prezzi di frutta e verdura presso i supermercati ha sconvolto i consumatori, senza interrogarsi sulle motivazioni dei rincari; la stragrande maggioranza degli acquirenti ha sempre conosciuto la frutta negli scaffali, ignorando la complessità del processo produttivo di un ortaggio.
Le tensioni geopolitiche condizionano più di quanto si pensi il più domestico contadino del sud. L’agricoltura italiana soffre la sua stretta interdipendenza nelle materie prime necessarie a produrre: idrocarburi, energia e fertilizzanti. Prim’ancora che nella lavorazione del terreno, il primo anello della filiera lo troviamo in ambito industriale, e tale fluttuazione influenza la semina prima che questa sia avvenuta.
All’attuale tassello – figlio di una cornice internazionale ben nota – si aggiunge quello di un preesistente sistema privo di tutele per il sistema produttivo italiano. Se risulta complessa la produzione, la commercializzazione dei suoi derivati lo è in maniera più marcata. La compravendita vede due principali acquirenti con i quali gli agricoltori interagiscono:
la GDO – Grande Distribuzione Organizzata, e la vendita presso i centri agroalimentari – comunemente definiti come mercati – i quali ricavano una provvigione di una determinata percentuale su quanto venduto.
Ma come si forma un prezzo? Cosa si cela dietro le campagne promozionali?
Il prezzo dei prodotti ortofrutticoli si forma regionalmente – ma i trend di esubero o di carenza sono tendenzialmente nazionali – presso i mercati all’ingrosso riforniti da coltivatori, imprese, cooperative e organizzazioni di produttori. Qui l’incontro di domanda e offerta fa oscillare giornalmente i prezzi. Sin qui nulla quaestio, storicamente le grandi catene di distribuzione si rifornivano presso questi centri di smistamento per poter assortire nel completo i propri scaffali, data la varietà di prodotti quotidianamente offerta.
Questa prassi di acquisto è però mutata, la GDO si interfaccia direttamente con i produttori, sancendo regole e modalità di approvvigionamento, per potersi garantire una dotazione di referenze stabile durante le campagne di raccolta.
La definizione del prezzo è sottratta all’autonomia delle parti, l’indicazione perviene sempre dalla quotazione di riferimento, rimanendo piccoli margini su cui poter “giocare” nella contrattazione.
Quest’approccio ha consentito a tantissime realtà fruttifere di crescere e stabilizzarsi sul mercato, poiché pochi acquirenti commerciali implicano un’agevolazione gestionale-organizzativa, e i prezzi riconosciuti ai coltivatori consentivano un profitto soddisfacente. Diversamente da quanto accade in questa delicata fase di rischio shock nel mondo delle campagne, data l’impossibilità di sostenibilità economica per la professione.
Ed è in questa partita che si profila la sconfitta degli agricoltori italiani.
La capacità contrattuale dei produttori è totalmente asimmetrica, sono in tutto 25 gli operatori dei grandi gruppi commerciali, i quali possono relazionarsi con tutte le realtà produttive nazionali e non solo. Questo scenario porta uno scontro tra colleghi produttori perché il gioco è sempre lo stesso: Divide et impera; le Cooperative, O.P. e realtà strutturate sono più impegnate a farsi la guerra per pochi centesimi piuttosto che fare fronte comune e acquisire posizioni contrattuali di forza, come attività di cartello volta alla tutela remunerativa del prodotto.
Prospettiva peggiorata dall’internazionalizzazione del mercato, dunque se c’è un esubero di prodotto in qualsiasi altro paese europeo, i venditori faranno di tutto per perequare la vendita su più nazioni, causando un abbassamento del prezzo sul fronte nazionale, perché o ci si adegua, oppure il prodotto lo si compra dal competitor europeo - sia esso produttore o grossista.
Dunque, che relazioni si instaurano tra gli acquirenti e i venditori?
A peggiorare la suddetta fragilità si aggiunge una percentuale variabile dal 10% al 14% corrisposta dai fornitori alla GDO con cadenza annuale, la quale viene formalmente “giustificata” come una ripartizione del costo di promozione e logistica – un modo sotterraneo per l’ottenimento di ulteriori profitti - denominato ristorno.
Superato l’iter di inserimento inizia la relazione commerciale, ove si insidiano le campagne promozionali concordate o imposte – sostanzialmente quando leggiamo offerta sul prezzo. Le stesse furono congegnate per poter aiutare i produttori nei momenti di sovrapproduzione, in modo da smaltire volumi eccessivi di prodotto, acquistandolo ad un prezzo inferiore, configurando un favor reciproco.
Nella misura in cui tale campagna sia imposta unilateralmente dalla catena distributiva, la bilancia pende esclusivamente dalla propria parte, poiché il produttore dovrà vendere a un prezzo minore rispetto a quello di mercato, per fronteggiare le ragioni dell’offerta.
A questo meccanismo si aggiungono la rimodulazione dei listini più volte a settimana, le modalità di ordini e consegna in termini restrittivi – aggravando il lavoro all’impresa agricola, obbligata a preparare la merce con celerità. Inoltre, la valutazione di conformità della merce è fatta a piacimento dall’acquirente – con tempi di restituzione prolissi, tali da non consentire la rimessa in mercato della stessa (data la deteriorabilità del prodotto).
La GDO, al netto di quanto detto, si ritrova a essere la sfavorita contrattualmente negli intervalli in cui c’è una grande carenza di prodotto – lasso di tempo che si verifica massimo due-tre volte durante la stagione, dovendosi omologare alle pretese del proprio fornitore.
In questo maremoto l’agricoltura italiana prova a barcamenarsi,il coltivatore è un ingranaggio privo di potere decisionale, e quando il prezzo non copre i costi di produzione, viene totalmente logorata l’integrità lavorativa di chi produce.
È ben comprensibile capire chi versa in uno stato di forza e chi in quello di debolezza. Occuparsi personalmente di tutti i passaggi della filiera e vedere il proprio margine di guadagno ridotto all’osso non genera certamente una gratificazione, soprattutto per un lavoro così sacrificante.
Assetto di sbilanciamento nel quale il consumatore finale non paga a peso d’oro un ortaggio per la sostenibilità economica del sistema agricolo, ma per alimentare ulteriormente i profitti conseguiti dalle catene distributive.
L’unico baluardo normativo teso a contrastare questo sistema è il D.Lgs. 198/2021 - riguardante le pratiche commerciali sleali nella filiera agricola e alimentare - entrato in vigore nel nostro ordinamento come norme di recepimento della direttiva 2019/633 dell’Unione Europea. Lo stesso prescrive il divieto di determinate pratiche all’interno di una lista – la lista nera – e l’autorizzazione di altre solo se formalizzate e accettate all’interno di un contratto – appartenenti alla lista grigia. È matematico cogliere come l’alienante agricolo non abbia alternative alla sottoscrizione di determinate condizioni – altrimenti a chi venderebbe la merce? Anche perché trattandosi di merci deperibili, ogni giorno di vendita perso potrebbe significare perdita di margine e di prezzi convenienti, appurata la mutabilità dell’offerta.
E il comparto olivicolo?
Il dissenso espresso dalle manifestazioni recrimina lo stesso registro comportamentale: prezzi in grado di non garantire un’adeguata remunerazione a prodotti di elevati standard qualitativi - perché questo produce il nostro agroalimentare.
L’oro verde – come veniva denominato poco meno di un anno fa – ha assistito a una decurtazione del 50% con il prezzo dell’extravergine passato da 9 a 4 euro.
Anche in questo caso il concorso di circostanze è il medesimo: l’aumento di produzione del prodotto spagnolo – il nostro principale competitor agricolo; quadruplicazione dei costi di produzione.
Proprio questo principio unificatore dovrebbe aggregare le realtà produttive e sindacali, piuttosto che persistere nello sterile frazionamento.
Ma se il pane costa così tanto, il comparto cerealicolo se la cava meglio?
Nella parte iniziale dell’articolo ho asserito il generarsi della crisi fuori dal campo, il costo del pane ne è l’esempio più calzante. Poiché nella filiera di panificazione il peso maggiore delle voci di costo non riguarda il grano, quanto l’energia, il packaging, i trasporti. Dunque, non aumenta il prezzo del grano – necessario per produrre la farina – ma aumenta il costo di molitura, insieme a tutte le altre spese.
Il costo medio di vendita del grano duro a 20 centesimi al kg sta mettendo in ginocchio l’intero comparto - dato il costo medio di produzione di almeno 30 centesimi, senza comprendere nessun profitto – come certificato quest’estate da ISMEA (Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare) con una stima di costo medio di 318 euro per tonnellata nel centro-sud e di 302 euro al nord. Pure per questa branca produttiva, l’import di grano duro estero nel periodo della mietitura produce la distorsione nella quotazione del prezzo del prodotto italiano.
Non solo, introduciamo una materia prima prodotta con vincoli normativo-produttivi diversi dai nostri, immettiamo nella produzione italiana derivati di un grano con standard sanitari, qualitativi non riconducibili alle norme vigenti.
Ed è questo processo che ha stremato le campagne
L’equazione è semplice: i prezzi di vendita non superano quelli di produzione; risultato: abbandono delle campagne, mancato ricambio generazionale – dunque perdita di valore aggiunto in termini di reddito, ma soprattutto dipendenza internazionale per il cibo, la peggior dipendenza insieme a quella energetica.
Tale contesto configura una prospettiva tutt’altro che promettente, ma i periodi di crisi insegnano sempre cosa andrebbe fatto diversamente per il futuro, la logica divisiva in ambito agricolo comporta debolezza contrattuale e impossibilità di aprirsi ai mercati internazionali – appurata la necessità di disposizione di un quantitativo di prodotto elevato.
A livello politico, i sindacati e le istituzioni europee – perché 1/3 dei fondi dell’UE è destinato all’agricoltura – dovrebbero garantire non solo fondi, ma un accompagnamento tangibile.
L’agricoltura non può andare avanti a colpi di sussidi pubblici a fondo perduto. Emerge la necessità di riforme strutturali tese ad ammodernare le tecniche di produzione e rafforzare le abilità di adattamento in ambito produttivo, basandosi sulle esigenze di mercato. Il modello di sviluppo dovrebbe reggersi sull’indipendenza energetica delle aziende, sul rafforzamento di competenze, pianificando nuove strategie di vendita per tutelare il proprio prodotto, facilitando l’associazionismo tra coltivatori per potersi proporre sul mercato con capacità di negoziazione strutturate.
Il ministero dell’agricoltura dovrebbe essere espletato da figure con cognizione diretta e concreta del mondo agricolo; invece, viene sempre relegato a soggetti totalmente ignari dei dolori sopportati quotidianamente dalle campagne. Questa mancata protezione di interessi sta corrodendo uno dei settori più strategici a livello internazionale.
Una nazione priva di indipendenza alimentare è una nazione debole, soggetta al ricatto, in quanto basterà limitare l’import di derrate alimentari per renderci assoggettati ad un potere esterno, con dei risvolti devastanti in ambito economico – il carburante e l’energia ne sono un esempio plastico. Pertanto, la tutela andrebbe fatta in concreto, ponendo un argine agli extraprofitti dei supermercati, se un kg di zucchine viene pagato 50 centesimi al coltivatore, non possiamo trovare lo stesso kg di zucchine a 4 euro sullo scaffale, perché in tal modo si dissuade l’acquisto, orientando i consumatori verso prodotti di carattere industriale, meno salubri e più accessibili a basso costo.
È questo il mondo che vogliamo?
Proveniamo dalla terra, e dobbiamo rispettarla, la protesta degli agricoltori riguarda chiunque, è ora di fare fronte comune e manifestare il proprio dissenso. La professione agricola è un presidio di conservazione e di salvaguardia del territorio, una volta dismessa chi approfitterà di questi territori?
Bisognerebbe abbandonare la logica di fare convegni-seminari dove si millanta la freschezza e la qualità del Made in Italy, questa retorica ipocrita non fa altro che ignorare i nodi centrali delle problematiche. I sindacati dovrebbero garantire un presidio permanente nelle relazioni con la GDO – perché la partita si gioca nella commercializzazione, ergo valorizzazione del prodotto – offrendo una tutela stabile per scongiurare la vendita dei beni sottocosto. Inoltre, proporre i prodotti agroalimentari a prezzi più accessibili faciliterebbe un consumo maggiore - garantendo buona parte del ricavato al produttore primario - da questo beneficio ne uscirebbero vincitori agricoltori e supermercati.
Non rimaniamo sordi al richiamo di aiuto proveniente dal sud, abbiamo la possibilità storica di dimostrare al panorama internazionale la nostra unità. Le istanze delle manifestazioni di questo “autunno caldo” sono interconnesse tra loro più di quanto si immagini, e come ho scritto nel precedente articolo dobbiamo far di tutto, fuorché stare immobili.
L’indifferenza del governo dimostra la forte carenza di capacità delle persone preposte alla risoluzione dei problemi, si attua una politica di “distrazione” tentando di trasferire il focus verso gli atti di vandalismo commessi nelle città. La chiara assenza di volontà politica tesa alla discussione delle complesse vicende nazionali denota il totale disinteresse verso il settore primario, auspicando il ricordo di questi atteggiamenti nel periodo elettorale.
Le persone sono allo stremo. Non si tratta di un capriccio, parliamo di imprenditori, persone che hanno visto l’alba e il tramonto presso la propria azienda tutti i giorni, produttori non solo di ortaggi ma del pregio qualitativo italiano, senza il loro contributo oggi non saremmo ciò che siamo. La domanda da porsi non è se dobbiamo sostenere i nostri agricoltori, ma se come Paese possiamo permetterci di perderli. La risposta spetta a tutti noi, a partire da quello che scegliamo di mettere nel carrello.
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