lunedì 25 maggio 2026

Il Problema (non) è Solo Ben-Gvir

Ben-Gvir

Le Contraddizioni della Società Israeliana

Data l’avversità nei confronti della complessità riscontrabile in casa nostra, i media tendono a descrivere i popoli del mondo come blocchi monolitici cadendo in banalità e generalizzazioni lontane anni luce dalla realtà. A complicare ulteriormente le cose è l’approccio leaderistico che racconta tutte le decisioni delle leadership come scelte personali e avulse dal contesto in cui nascono, come se un presidente o un ministro fossero affidati d’ufficio e non rispecchiassero piuttosto le pulsioni della popolazione che rappresentano e governano.

Un caso esemplificativo è il modo in cui i timidissimi leader europei hanno affrontato la questione legata alla Global Sumud Flotilla che riassumo per chi vivesse su Marte:

Gli attivisti presenti sull’imbarcazione sono stati sequestrati in acque internazionali dalla Marina israeliana e torturati nelle carceri dello Stato Ebraico. Il tutto davanti alle telecamere, con un festante Ben Gvir, ministro della Sicurezza Interna israeliano, che sventolava la bandiera israeliana mentre diceva ai manifestanti, legati a terra mani e piedi, “Benvenuti in Israele, qui siamo noi a comandare”.

Le reazioni europee sono state rivolte esclusivamente contro Ben Gvir che solo dopo aver fatto torturare cittadini col passaporto “pesante” è stato riscoperto come un mostro: Tajani ha chiesto sanzioni individuali nei confronti del Ministro, Marattin è arrivato addirittura ad affermare che Ben Gvir non rappresenti il governo di Israele.

Fantascienza.

La questione ovviamente travalica i leader e affonda nelle popolazioni, che, soprattutto nel caso di Israele, sono difficili da analizzare e comprendere.

Il dibattito politico è notoriamente avverso alla complessità; d’altronde il posizionamento non permette sfumature ma solo colori marcati e visibili. Qualcuno però, forse ingenuamente, qualche domanda diversa da “Eh ma tu stai con Y?” o “Eh ma tu non condanni X?” prova a porla e tra le più ricorrente ce n’è una tanto banale quanto atroce:

“Come ha fatto un popolo che ha subito il più grande genocidio della storia a compierlo a sua volta?”.

Domanda a cui francamente non so rispondere ma a cui posso suggerire degli spunti: tra i molteplici fattori ci sono sicuramente il senso di insicurezza quasi schizofrenica che accompagna lo Stato Ebraico dal 14 maggio 1948 (giorno della sua nascita in cui fu attaccata dalla Lega Araba), ulteriormente accentuato dopo il 7 ottobre (a seguito dell’attacco di Hamas l’acquisto di psicofarmaci è aumentato del 30%) e un vero e proprio odio covato, e insegnato nelle scuole, nei confronti dell’indesiderato vicino. Ma un’altra risposta che può essere data è che semplicemente non sono gli stessi.

Senza scadere nella banalità delle banalità per cui l’ebraismo e il sionismo sono concetti diversi (e su questo torneremo in seguito per descrivere gli ultra-ortodossi) il tessuto sociale israeliano si è radicalmente trasformato dal 1948 ad oggi.

“Che vuol dire però, non sono sempre ebrei?”

La domanda fa trapelare la superficialità con cui si affrontano certi argomenti e la difficoltà nell’analizzare gli altri.

All’interno della società israeliana possiamo individuare almeno 4 “tribù”, citando un termine che l’ex presidente Rivlin utilizzò in un suo celebre discorso i cui passi salienti ci saranno utili durante tutto l’approfondimento: i laici (per lo più ashkenaziti), gli ultra-ortodossi (haredim), i sionisti religiosi e gli arabi (si gli arabi).

Ognuna di queste componenti ha un peso specifico differente all’interno delle dinamiche politico-sociali date soprattutto, ma non soltanto, dalla demografia.

Gli arabi

Partiamo dall’ultima categoria citata, gli arabi: in gran parte di religione musulmana, ma anche cristiani e drusi, gli arabi all’interno dello Stato d’Israele nell’ultimo rilevamento del 2022 sono circa 2 milioni e rappresentano il 21% della popolazione, con un tasso di crescita molto alto. Come scritto prima un importante apporto demografico non si trasforma sempre in un’influenza nelle scelte politiche.

Gli arabi israeliani infatti, nonostante siano un segmento significativo della popolazione, vivono in uno stato di effettiva apartheid, degrado economico-sociale e disillusione nei confronti della politica interna tanto che, nelle ultime elezioni, hanno espresso solamente 10 deputati su 120 alla Knesset tra l’altro divisi esattamente in due liste: Ra'am e Hadash-Ta'al (due deputati di questo partito hanno protestato durante il discorso di Trump esponendo dei cartelli pro-Palestina e sono stati prontamente cacciati dall’aula). Questo risultato elettorale è frutto (anche) delle differenti identità nazionali, tra chi si identifica come palestinese e chi come israeliano, e differenti identità religiose, tra drusi, cristiani e musulmani come scritto in precedenza, all’interno del mondo arabo-israeliano. La disillusione è tanto forte nei confronti del sistema politico che neanche il gravissimo conflitto deflagrato il 7 ottobre ha risvegliato le coscienze di questa significativa minoranza a cui, ricordiamo, è negata la leva.

Una volta tracciati i contorni del primo segmento è necessario affrontare il nucleo storico della società israeliana, i laici o secolarizzati.

Questi sono quasi esclusivamente di origine ashkenazita, termine con cui si identificavano inizialmente gli ebrei residenti nelle zone germanofone, poi emigrati in tutt’Europa a seguito di persecuzioni. Portatori della cultura e della lingua yiddish, una lingua di ceppo germanico ora parlata quotidianamente da circa 400.000 persone soprattutto in Israele e nelle comunità ultra-ortodosse negli Stati Uniti, meta delle comunità ebraiche d’Europa fuggite al nazismo, gli ashkenaziti hanno riempito i ranghi dell’establishment politico, militare ed economico israeliano da sempre: tutti i primi ministri dalla fondazione di Israele appartengono a questo gruppo. Questa frangia “laica” della popolazione, il cui primato politico è a serio rischio, complice anche l’aumento demografico di altre “tribù”, ha sempre avuto lo sguardo rivolto verso il Vecchio Continente da cui ha preso le istituzioni democratiche e l’economia liberale.

Dall’Occidente europeo hanno però preso anche la decrescita demografica che si traduce in una minore influenza nelle scelte politiche e minore presenza nell’esercito e negli apparati.

Prima di passare agli ultra-ortodossi e ai sionisti religiosi è necessario porre un’ulteriore differenziazione a livello etnico: oltre agli arabi e agli ebrei ashkenaziti, Israele è popolata dagli ebrei "mizrahim", gli ebrei provenienti dal mondo arabo e mediorentale, nonché maggioranza relativa della popolazione (40%). Seppur non direttamente assimilabili ai sionisti religiosi (o messianici), i mizrahim hanno avuto un ruolo decisivo nello spostamento dell’asse politico e culturale israeliano verso destra. Non perché esista un automatismo tra origine mediorientale, religiosità e nazionalismo, ma perché la loro storia dentro Israele è stata segnata da marginalizzazione, risentimento e rottura con l’establishment ashkenazita.

Il punto, quindi, non è che i mizrahim siano automaticamente sionisti religiosi. Il punto è che hanno contribuito a indebolire l’egemonia culturale dell’Israele ashkenazita e secolarizzata.

Hanno reso più mediorientale, più popolare, più nazionalista e spesso più ostile al linguaggio liberal-democratico il corpo politico israeliano. In questo senso, la loro ascesa non coincide con il messianismo dei coloni, ma prepara un terreno più favorevole alla sua normalizzazione.

I sionisti religiosi

Dopo questo excursus è quindi necessario parlare proprio dei sionisti religiosi che hanno i loro esponenti politici principali in Bezalel Smotrich, Ministro delle Finanze e leader del Partito Sionista Religioso, e proprio Ben Gvir. I sionisti religiosi vedono nello Stato lo strumento attraverso cui la promessa biblica può compiersi, da qui il termine “messianico”. Questo è evidente nel progetto di politica estera che vede la realizzazione del “Grande Israele” la cui mappa deriva dal libro della Genesi che descrive un ampio territorio che va “dal Nilo all’Eufrate” quindi l’attuale Israele, Gaza, Cisgiordania (spesso rinominata dai politici sionisti-religioni coi nomi di Giudea e Samaria), Libano, Giordania, una parte dell’Egitto e quasi tutta la Siria. Inutile, inoltre, descrivere l’odio per il vicino palestinese dipinto come un animale.

Questa frangia sempre più grande della popolazione non si cura dei costumi occidentali che, anzi, combatte e disprezza, e rappresenta l’anima più massimalista d’Israele. Un cambiamento simbolico è stato operato nel 2018 quando, con una legge fondamentale, che in assenza di una costituzione svolge una funzione quasi-costituzionale, la Knesset ha stabilito che “Israele è lo Stato-nazione del popolo ebraico” e ha derubricato la lingua araba da lingua ufficiale a lingua “a statuto speciale”.

Tornando a noi, dopo decenni di isolamento politico (una sorta di cordone sanitario) l’attuale premier Netanyahu ha sancito la legittimazione di queste forze integrandole nel governo in cui sono sempre più influenti. A preoccupare maggiormente è però la presenza sionista religiosa negli apparati statali: dall’inizio della guerra sono in atto delle vere e proprie purghe ai danni delle componenti laiche ashkenazite dell’IDF (esercito), Shin Bet (servizi segreti interni) e Mossad (servizi segreti esterni). Netanyahu, col benestare di Ben Gvir e Smotrich è già riuscito a mettere le mani sulla leadership delle prime due sostituendo Herzi Halevi, capo dell’esercito e Ronen Baar (da sempre in contrasto con Bibi), capo dello Shin Bet, mentre è prossima la nomina a nuovo capo del Mossad di Roman Gofman. Le purghe sono il simbolo del cambiamento di pelle di Israele: via l’approccio laico, dentro quello religioso. I nemici non vanno “gestiti” ma annientati. Gli enormi stravolgimenti non sono visibili solo esternamente; in molti ricorderanno la riforma della giustizia promossa dal governo Netanyahu che sostanzialmente depauperava la Corte Suprema e offriva libertà totale all’esecutivo e la cui discussione aveva portato decine di migliaia di persone a scendere in piazza. La riforma non è volontà esclusiva di Netanyahu o del Ministro della Giustizia Yariv Levin, ma sintomo di un cambiamento sostanziale nella concezione di Israele, più mediorientale che europea.

Ad avvalorare questa tesi può essere utilizzato un sondaggio condotto dall’Institute for National Security Studies (Inss), secondo cui, nonostante i numerosi fronti che vedono Israele protagonista, la maggioranza relativa (48%) della popolazione ebraica continua a considerare le faglie interne più pericolose delle minacce esterne per la tenuta e la sicurezza del paese.

Passiamo infine all’ultima “tribù” israeliana, quella degli ultraortodossi “haredim” (letteralmente “timorati di Dio”).

Seppur questi convergano con i sionisti religiosi mizrahi sul rifiuto dei costumi occidentali, differiscono completamente nella concezione dello Stato: mentre per i sionisti religiosi è lo strumento di realizzazione della Torah, per gli ultraortodossi è illegittimo. Questo è dovuto (ovviamente) a un precetto religioso: il ritorno alla Terra Promessa deve compiersi solo con il ritorno del Messia. Non deve sorprendere infatti che nelle manifestazioni degli ultraortodossi vengano sventolate bandiere palestinesi e bruciate quelle israeliane.

La vita degli ultraortodossi è dedicata allo studio della Bibbia, vivono di sussidi statali in quartieri pressoché inaccessibili e, pomo della discordia, sono sempre stati esentati dalla leva militare. L’esenzione è però messa in discussione dalle circostanze emergenziali in cui si trova l’esercito (il Ministero della Difesa ha comunicato alla Knesset una mancanza di almeno 12k soldati), dal risentimento della popolazione che accusa questa parte della popolazione di parassitismo e, soprattutto, da una sentenza della Corte Suprema che ha stabilito l'inesistenza di una base giuridica che giustifichi l’esenzione dalla leva.

Gli haredim non sembrano però voler cedere e hanno agito su due binari: le proteste di piazza e il ricatto politico; i partiti ultraortodossi, infatti, sostengono il fragile esecutivo Netanyahu e condizionano il loro appoggio alla permanenza del privilegio. La questione continua a tenere banco in Israele e porterà probabilmente ad elezioni anticipate (da ottobre a settembre).

La forza e l’influenza degli ultraortodossi sta nella demografia: questa componente (che al momento si attesta al 13,7%) è di gran lunga la più prolifica della popolazione israeliana con circa 7 figli per donna rispetto a una media di 2,5-3 della restante parte della popolazione. Questa crescita li renderà la comunità maggioritaria entro il 2065.

Mica male.

Immaginate adesso uno Stato perennemente in guerra, che basa la propria sopravvivenza sulla militarizzazione della società civile e la capacità amalgamatrice dell’esercito, abbia quasi metà della sua popolazione (la più in crescita), ovvero arabi e ultraortodossi, che non partecipano alla difesa del paese.

Credete sia uno Stato solido?

Citando le parole dell’ex presidente Rivlin: “Siamo noi, membri della popolazione sionista, capaci di accettare il fatto che due gruppi importanti della società, in prospettiva metà della popolazione, non si definiscono sionisti?”

In ultimo vorrei porre l’accento sull’elemento che contribuisce maggiormente alle spaccature israeliane: l’istruzione.

Il sistema scolastico israeliano piuttosto che imporre un canone unico accentua le differenze culturali, religiose ed etniche e soprattutto l’idea dello Stato, l’identità nazionale. Ognuna delle 4 tribù ha le proprie scuole e quindi una propria narrazione della Bibbia, il cui studio è fondamentale in tutti i licei, in rapporto a Israele. Mentre nei licei statali lo studio del testo non ha carattere dottrinale; in quelli statali religiosi si cerca nella Torah la legittimità delle rivendicazioni israeliane. Credete sia uno Stato solido? Citando nuovamente Rivlin “L’ignoranza reciproca e la mancanza di dialogo fra questi quattro settori non fanno che aumentare la tensione, la paura, l’ostilità e la concorrenza”

Ben Gvir è esponente di una parte di popolazione israeliana, di un sentimento, non un politico affidato d’ufficio; trattarlo come la mela marcia è ingenuo in quanto questo è frutto sano del contesto in cui è nato. In Israele è in atto una rivoluzione copernicana della società e quindi della politica, rimandata soltanto dal costante stato di guerra in cui è immersa.

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