Alla domanda posta da alcuni giornalisti della rete MS NOW, “trova che ci sia qualcosa su cui risulta essere in disaccordo con il Presidente Trump?”, ecco cosa hanno risposto alcuni rappresentanti repubblicani. Il deputato Troy Nelhs del Texas non solo ha detto di no, ma ha anche sostenuto la necessità di dover garantire un terzo mandato al Presidente. Buddy Carter della Georgia non trova nulla, così come Ralph Norman del South Carolina. Il senatore del North Dakota John Hoeven dice che forse c’è qualcosa su cui è in disaccordo, ma che non ha intenzione di mettersi a fare elenchi.
L’unica persona tra le menzionate ad aver aperto alla possibilità che ci sia qualcosa di non perfettamente allineato al Presidente è un senatore. È un caso? Probabilmente sì, dato il campione scarso da cui abbiamo preso i nostri dati, e anche tenendo conto del fatto che il senatore Hoeven è un nome estremamente noto nel suo Stato, essendo stato governatore per dieci anni dal 2000 al 2010, per poi diventarne rappresentante al Senato nei successivi sedici anni.
Ma riflettiamo su altro adesso: i deputati intervistati, dopo quasi due anni di Trump 2, non riescono a trovare una singola cosa rispetto alla quale la loro opinione è diversa rispetto a quella del Presidente. Gli scenari sono due: un completo lavaggio del cervello, oppure una completa disonestà intellettuale. Anche solamente dire di essere d’accordo sulla grande maggioranza dei temi sarebbe stato molto meglio. Dato che spesso ridurre una questione alla stupidità dell’altro è una soluzione semplice ma anche semplicistica, capiamo il perché di questa disonestà intellettuale.
Dobbiamo capire, cioè, perché questi deputati sentono addosso la pressione di dover dire queste cose. La risposta, in realtà, è abbastanza evidente, e riguarda un processo vecchissimo nella storia americana: il gerrymandering.
Questo termine, che letteralmente non indica nulla, è in effetti una crasi tra il nome di un antico governatore del Massachusetts, Elbridge Gerry, e il termine salamander, letteralmente salamandra. Questo perché già all’epoca (parliamo del diciannovesimo secolo) Gerry divenne noto per aver disegnato dei collegi elettorali con una forma talmente contorta da ricordare proprio una salamandra.
Con il termine gerrymandering, quindi, indichiamo quel processo tramite il quale i confini geografici dei distretti della House vengono modificati in modo da poter favorire un partito piuttosto che un altro. L’idea è questa: immaginiamo di avere 100 elettori, di cui 60 del partito A e 40 del partito B, da ripartire in 5 collegi.
Se i collegi venissero disegnati in modo perfettamente proporzionale, ogni seggio vedrebbe 12 voti per il partito A e 8 per il partito B, portando ad uno scenario non perfettamente rappresentativo, dato che il partito B rimarrebbe senza un rappresentante pur con il 40% dei voti. Sarebbe una rappresentazione sì proporzionale, ma anche iniqua.
Per risolvere questo problema, si potrebbe pensare ad una soluzione in cui nei primi 3 seggi vengono inseriti più elettori del partito A, creando dei seggi 16 A – 4 B e lasciando che gli altri due vengano vinti dal partito B con un margine di 6 – 14. In questo modo la rappresentanza è leggermente meno proporzionale dal punto di vista statistico, ma sicuramente più equa.
Un terzo scenario, quello peggiore dal punto di vista dell’equità, è quello per cui un eventuale governo del partito B riempia due seggi di elettori del partito A (con risultati del tipo 19 – 1), riuscendo così a ottenere ben 3 seggi, pur con una minoranza degli elettori. L’esempio deve servire per capire la rilevanza del fenomeno sul processo democratico, la stortura di una situazione in cui sono i politici che si scelgono gli elettori, e non viceversa.
Durante l’estate del 2025, il Presidente Trump ha chiesto al governatore del Texas, Greg Abbott, di ridisegnare le mappe per la House di modo da garantirgli cinque seggi extra. Con questa mossa, il Tycoon ha scatenato una vera e propria guerra dei seggi tra Stati a controllo repubblicano e Stati a controllo democratico. Utah, California, Ohio, North Carolina, Florida sono solo alcuni degli Stati che hanno operato in questo senso.
La situazione è stata molto particolare perché la Costituzione prevede, o almeno prevederebbe, che il redistricting avvenga solo a cadenza decennale, a seguito del censimento dei cittadini svolto dal governo federale, che usa i dati ottenuti per ripartire i 435 seggi della House tra i vari Stati, e inviando poi i dati anche ai singoli Stati che, in linea almeno teorica, dovrebbero costruire dei distretti sulla base unicamente di considerazioni relative al numero dei rappresentati.
Il censimento federale si tiene all’inizio di ogni decennio, quindi in questa situazione non c’era alcuna base formale per poter procedere con il gerrymandering, a dimostrazione palese delle intenzioni politiche dei leader repubblicani e democratici.
Ma perché il gerrymandering è un problema così grande? Un motivo lo abbiamo già visto in precedenza, parlando di come si inverta completamente il rapporto tra elettori ed eletto, con quest’ultimo che “sceglie” i propri elettori. In secondo luogo, il redistricting estremo rende il 90% circa delle elezioni per la House poco competitive, essenzialmente bloccando le dinamiche politiche su larga scala. Per fare un esempio, nelle prossime midterm ci si attende una “blue wave”, ovvero un’ondata di voti per i democratici per protesta contro il Presidente. Nonostante queste attese, i democratici dovrebbero strappare ai repubblicani un massimo di 30 seggi, corrispondenti a circa il 7% dei seggi totali della Camera bassa.
Se questo non fosse abbastanza, bisogna considerare anche un’altra cosa. Uno dei cardini del sistema politico americano è rappresentato dalle elezioni primarie, che i due principali partiti tengono praticamente per qualsiasi tipo di elezione, talvolta con regole varie e complesse, ma questo poco importa. Se un particolare seggio è dominato dagli elettori di uno dei due partiti, il rischio è che la vera elezione si tenga proprio nelle primarie di partito.
Se si assume che nelle primarie di seggi non competitivi la motivazione al voto nelle primarie sia relativamente scarsa per gli elettori moderati, lo stesso non si può dire per gli elettori nelle ali estreme dei partiti, più ideologicamente coinvolti nelle dinamiche politiche, e più motivati a votare qualcuno che possa rappresentare meglio le loro istanze. Il gerrymandering, in definitiva, rischia di aumentare il peso delle correnti più estreme dei partiti, e di portare all’elezione di candidati che rappresentino queste istanze più estreme. Questo significa avere un parlamento estremamente litigioso e poco favorevole al compromesso, un problema gigantesco per un sistema come quello americano che non si basa su un rapporto di fiducia tra Presidente e parlamento.
Un parlamento poco propositivo, impegnato a sostenere lotte culturali e di principio piuttosto che a trovare soluzioni e riforme per i propri cittadini, è un parlamento inutile, che allontana gli elettori mediani dalla politica e lascia tutto all’iniziativa dei gruppi più radicali, creando un ciclo potenzialmente letale per un sistema di democrazia liberale.
Come risolvere questo problema? La soluzione sarebbe semplice, e in alcuni Stati sarebbe già stata adottata. La Florida è l’esempio perfetto delle contraddizioni sul tema. Il Sunshine state, infatti, ha adottato un emendamento alla propria Costituzione statale che rende molto complicato praticare il gerrymandering, soprattutto al di fuori dei periodi previsti dalla Costituzione federale. Nella pratica, però, il governatore repubblicano Ron DeSantis non ha avuto grandi problemi a far votare al legislativo delle nuove mappe che garantiranno quattro seggi extra ai repubblicani.
Nel corso degli anni sono stati presentati disegni di legge, come il Redistricting Reform Act of 2024, introdotto da senatori democratici ma rifiutato dalla gran parte dei repubblicani. La legge avrebbe introdotto dei criteri più stringenti in termini di trasparenza sulla realizzazione delle mappe e avrebbe aumentato il potere legale dei gruppi di cittadini per poter sfidare le mappe in tribunale.
C’è però chi sostiene che questo non sia abbastanza, perché risolverebbe un problema, ma non il problema. Il centro studi Protect Democracy, infatti, in un articolo pubblicato nel 2025, ha suggerito che il vero problema sia rappresentato proprio dal sistema a distretti individuali, sottolineando come la maggior parte delle democrazie non adotti un sistema del genere, e che neanche la Costituzione statunitense prevede obbligatoriamente questo sistema.
La soluzione? La creazione di un sistema di rappresentanza proporzionale su base statale, eventualmente con la creazione di macro-collegi in grado di eleggere più rappresentanti di diversi partiti, in grado quindi di poter meglio rappresentare i partiti di minoranza in uno Stato. Inoltre, un sistema del genere potrebbe allentare il sistema bipolare degli Stati Uniti.
È importante ricordare che, nonostante il gerrymandering risulti essere enormemente impopolare per i cittadini americani, la pratica fa sempre comodo ai governanti di vario livello: per i governatori dei singoli Stati, da cui molto spesso derivano le prime spinte verso delle nuove mappe, il gerrymandering è una manovra che contribuisce alla rilevanza della figura nel contesto politico nazionale; per i deputati, che senso avrebbe rendere il loro distretto più competitivo per l’altro partito?
In definitiva, quindi, la domanda che sorge rileggendo le citazioni iniziali è: Perché dissentire se la sfida è solo alle primarie? Il gerrymandering rende la fedeltà assoluta l'unica difesa contro l'ala radicale. Ecco perché soluzioni alternative come il sistema proporzionale vengono snobbate: nonostante l'impopolarità, alla politica fa troppo comodo il gerrymandering. Nessun lavaggio del cervello, solo un cinico accordo di convenienza per non doversela mai giocare sul serio.
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