Primo pomeriggio dell’ultima domenica di ottobre, Marine Le Pen sale raggiante sul palco dell’Arena Co’Met di Orléans, gremita di più di ottomila militanti del Rassemblement National, riuniti per il diciannovesimo congresso del partito di estrema destra. Fuori la città è militarizzata: in previsione delle manifestazioni di contestazione di sabato, le autorità avevano mobilitato 3000 tra poliziotti e gendarmi. Dal centro del palco, dietro un candido pulpito su cui figura a caratteri cubitali il nome della città, di fronte a una folla che scandisce ritmicamente, quasi ritualmente, il suo nome, Le Pen proclama il proprio progetto di “renaissance pour la France”, una rinascita per la Francia, in quanto candidata alle presidenziali francesi del 2027.
L’usuale linguaggio della contestazione e dell’attacco antisistematico alle élite governative viene subordinato a una retorica rassicurante e speranzosa. Pur non abbandonando la narrativa pugnace e riottosa da leader dell’opposizione, Le Pen imposta un discorso non più contro qualcuno, ma per qualcuno, auspicatamente, citando le sue stesse parole, per “tutte le persone in Francia, che ora sono d’accordo con noi.” La trasformazione discorsiva della candidata alla presidenza è funzionale alla realizzazione di una tanto agognata istituzionalizzazione della destra radicale.
Marine adotta toni quasi messianici, invita i suoi a scrivere la storia, a realizzare il loro destino, a scapito del presunto immobilismo dei partiti tradizionali, che “per conservare le proprie poltrone e le proprie prebende, esortano a non fare niente, a non cambiare niente”. Si propone come unica forza innovatrice capace di guardare al futuro con speranza, pur attingendo a una gloriosa eredità passata.
Ricorrono nel discorso lepenista i rimandi alla storia francese, perfettamente in linea con la scelta ben meditata di svolgere il congresso nazionale del Rassemblement a Orléans, in cui l’8 maggio 1429 Giovanna d’Arco, futura eroina nazionale alla guida dell’esercito, ribaltò le sorti della Guerra dei Cent’anni, rompendo l’assedio inglese della città. Per Le Pen, la città è simbolo della lotta contro il disfattismo e la rassegnazione, della liberazione e dell’indipendenza francese. La leader stessa, agli occhi dei suoi sostenitori, assurge a paladina dei francesi, nuova Pucelle d'Orléans con il fermo proposito di rendere la Francia la “Grande Nation” che era un tempo, visione che richiama alcuni aspetti dell’immaginario gollista della grandeur francese. Sostanzialmente, un “Make France Great Again”, slogan conforme a quelli degli altri partiti della galassia nazional-populista europea.
Il metodo mediante il quale si propone di realizzare tale ambizioso progetto è precisamente quello della già citata rinascita: non una brutale rottura o una rivoluzione distruttrice, bensì una progressiva elevazione dell’intero paese “verso il bello, il vero, il giusto, verso la sicurezza, la prosperità, la creatività”. La costruzione, in sintesi, di una nuova visione di nazione, condivisa dall’intero popolo, ancorata ai buoni valori tradizionali ma capace di affrontare le sfide del terzo millennio. Un Rinascimento contrapposto al moderno Medioevo incarnato dall’oscurantismo islamista, da quello dei movimenti di sinistra, descritti come fautori di violenza e caotizzazione, e degli ecologisti “tecnofobi”, nonché dallo stesso antifascismo.
È questo il punto in cui l’ambizione di unitarietà comincia a incrinarsi. Le Pen, oscillando tra passatismo e paventata innovazione, non coglie il paradosso esistente tra l’aspirazione di rappresentare l’intero popolo francese e la simultanea individuazione di un nemico generalizzato all’interno del popolo stesso, di un’opposizione dicotomica tra innovatori e oscurantisti, tra buoni e cattivi. Le Pen si propone di fare un discorso, e un governo, di unità nazionale frammentando al contempo la nazione stessa.
La candidata presidente insiste maggiormente sugli aspetti programmatici, su una narrazione presidenziale di lungo periodo, lasciando a Jordan Bardella il compito di trattare delle misure concrete. Unico candidato alla presidenza del partito, rieletto con plebiscito quasi unanime da parte dei militanti, futuribile primo ministro, il delfino della destra francese mantiene un tono più militante, identitario e pragmatico. In relazione ai flussi migratori, alla sicurezza nelle piazze e all’autorità dello Stato, sottolinea la necessità di “ristabilire lo Stato di diritto”. Cerca di appropriarsi di un concetto tipicamente liberaldemocratico piegandolo alle istanze del partito, in chiave securitaria e giustizialista.
La difesa del suddetto Stato di diritto, per Bardella, passa infatti per l'irrigidimento delle politiche migratorie e per misure repressive nei confronti dei criminali e dei rivoltosi manifestanti “antifascisti”. A favore del presidente del RN vi è il grande clamore mediatico sollevato dalle manifestazioni che nell’ultimo mese hanno attraversato la Francia, spesso sfociate in atti di vandalismo da parte dei casseurs, i distruttori più volte citati e demonizzati nello stesso congresso. Tale fattore gli permette di ergersi a difensore del legalitarismo in Francia, dimentico di alcune attività affatto legalitarie dei vertici di partito. Le Pen, storicamente critica nei confronti dell'Europa e ferma sostenitrice di misure più dure per le élite predanti il denaro pubblico, è stata recentemente condannata per appropriazione indebita di fondi pubblici europei, e ha la possibilità di candidarsi alle presidenziali grazie al ricorso presentato alla Cour de cassation.
Lo stesso Bardella, mentre invoca la necessità di una maggior libertà di espressione politica per il proprio partito, soffoca le contestazioni dell’UEJF, l’Unione degli studenti ebrei di Francia, entrati per riportare l’attenzione sulle passate dichiarazioni antisemite del relatore. Identificandoli erroneamente come militanti antifascisti, invita il pubblico a “non fare pubblicità all’ultrasinistra, che detesta la democrazia” e a cantare, piuttosto, La Marseillaise. L'episodio rivela una delle ambiguità persistenti nel progetto di istituzionalizzazione del partito: il Rassemblement reclama libertà per sé limitando quella altrui, esige pene severe per i reati altrui sottacendo quelli compiuti dalla propria candidata presidente.
Il congresso di Orléans dovrebbe figurare come l’ultima tappa di un lungo processo di dédiabolisation del vecchio Front National, una progressiva normalizzazione del partito a lungo estromesso dagli ambienti istituzionali repubblicani. Dopo la successione al padre Jean-Marie nel 2011, Marine Le Pen ha progressivamente reciso i legami più ingombranti con il passato del movimento, con il duplice obiettivo di conservare l'elettorato storico del Front National e, al contempo, intercettare la parte di opinione pubblica che lo associava a estremismo, antisemitismo e marginalità politica.
Tale disegno si è concretizzato nell'emarginazione delle figure più controverse del partito, finanche dello stesso Jean-Marie, e il progressivo allontanamento dalle istanze più radicali, come l’uscita dall’euro. L’evoluzione è stata sancita anche dall’adozione di un nuovo nome, Rassemblement, più conciliante rispetto al bellicoso Front, scelta funzionale alla creazione di una nuova immagine, più istituzionalmente rispettabile. Eppure permangono, come dimostrato, gli ideali fortemente patriottici, tendenti al nazionalismo, del partito che aveva come motto “Les Français d'abord”, “prima i francesi”, oltre all’attitudine a ricondurre misure restrittive in materia migratoria e securitaria alla difesa degli interessi del popolo, correlata a una costante individuazione di un nemico interno.
Ciononostante, i sondaggi relativi alle prossime presidenziali sembrano confermare il successo della dédiabolisation. Il partito lungamente demonizzato dal resto dell’arco costituzionale quintorepubblicano non è mai stato così prossimo alla vittoria. In tutte le rilevazioni, alla sua quarta corsa per la conquista dell’Eliseo, Marine Le Pen è prima per preferenze al primo e secondo turno delle elezioni, indipendentemente da quale sia il suo sfidante al ballottaggio.
Con un centro macronista logorato da un decennio di egemonia politica e mancante di una figura capace di raccogliere l’eredità politica di Emmanuel Macron, una destra repubblicana decimata e una sinistra tradizionale in persistente crisi, il principale contendente di Le Pen sembra oggi essere il rappresentante del polo opposto dello spettro politico francese: il leader della sinistra radicale de La France insoumise, Jean-Luc Mélenchon. Mai arrivato al secondo turno delle presidenziali, Mélenchon ha progressivamente occupato, con proposte radicali, lo spazio lasciato libero dal declino del Partito Socialista.
Il collasso del vecchio sistema di alternanza bipolare tra gollisti e socialisti, già incrinato dall’esperienza centrista di Macron, appare definitivo. Alla vigilia del 2027, la Francia è più polarizzata che mai. In tal senso, Orléans restituisce plasticamente un’immagine del panorama politico attuale: da una parte folle di “ultrasinistra” che contestano le possibili derive securitarie di un governo del RN, dall’altra militanti adoranti che agitano tricolori e intonano cori inneggiando alla securitizzazione, al centro migliaia di gendarmi chiamati a separare due visioni inconciliabili della Francia e del suo futuro.
Nella città che consacrò Giovanna d’Arco come eroina nazionale, è andato in scena il primo atto di una campagna elettorale destinata a segnare il futuro della Quinta Repubblica. Le prossime presidenziali francesi potrebbero legittimare il Rassemblement National come forza egemone, investita del compito di rinnovellare i fasti di una rinata Francia. Dopo quindici anni di dédiabolisation, la questione non risiede più nella possibilità di accesso al potere del partito, bensì nella disponibilità da parte della maggioranza dei francesi di affidarglielo. La rinascita del Paese è già stata confezionata, ma il Paese sarà davvero disposto a rinascere sotto Marine Le Pen?
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