Il 10 agosto 1999, l’ex agente del KGB nonché venturo premier russo Vladimir Putin assume il comando dell’invasione russa del Daghestan. Ha inizio così la prima di svariate guerre che vedranno coinvolta la Russia di Putin nell’ottica di una strategia di consolidamento del potere.
Negli anni precedenti la Russia aveva vissuto un periodo di forte instabilità, avendo ereditato i grossi problemi economici che già contraddistinguevano l’Unione Sovietica. Le misure adottate da Boris Eltsin erano insufficienti, e il processo di democratizzazione che era stato accolto così di buon grado dal mondo occidentale iniziava già ad affievolirsi sotto i colpi dei carri armati diretti prima verso la Duma di Stato e poi verso la Cecenia.
La guerra in Cecenia
Nel 1998 una crisi senza precedenti si abbatte sulla Federazione Russa, costringendola a dichiarare il default del debito sovrano. Per lavarsi le mani dalle responsabilità, Boris Eltsin spinge alle dimissioni l’allora premier Kirienko: il nuovo assetto russo Vladimir Vladimirovic Putin, che aveva iniziato la sua carriera tra le file del KGB, ad essere nominato capo del Servizio Federale per la sicurezza della Federazione Russa, ossia l’FSB.
L’anno successivo viene nominato premier nonché successore alla presidenza della Federazione dallo stesso Boris Eltsin. Ancor prima di insediarsi nel suo nuovo ufficio, Vladimir Putin assume la direzione politica delle truppe russe già inviate in Cecenia, incaricate di risolvere la crisi daghestana.
La Cecenia è una regione amministrativa ufficialmente parte della Federazione Russa, confinante con la Georgia nel Caucaso settentrionale. Nasce come regione amministrativa autonoma, assieme alla vicina Inguscezia. Queste due regioni vengono però accusate da Josip Stalin di collaborare con la Germania Nazista durante la seconda guerra mondiale (sì, lo Stalin che con quella stessa Germania ci aveva stretto il patto Molotov-Ribbentrop), portando a deportazioni di massa delle popolazioni locali verso l’Asia Centrale. Gli esiliati poterono tornare nelle loro terre solo nel 1957 grazie ad una decisione di Nikita Khrushchev, nell’ambito delle politiche di destalinizzazione.
Nel 1991 la memoria del passato violento unita alla speranza di un futuro autodeterminato in vista dell’imminente caduta dell’Unione Sovietica, il politico ceceno nonché ex generale delle forze armate sovietiche Dzhokhar Dudayev organizza un colpo di Stato contro il governo locale, vincendo poi le elezioni due mesi dopo e dichiarando l’indipendenza della Cecenia dalla Federazione Russa.
“Alik, ordina ai tuoi uomini di ritirarsi. In ogni caso, tu ed io moriremo. Che senso ha? Chi
vincerà? Nessuno””Non ho scelta in questo, Turpal. Ho i miei ordini, e li obbedirò in ogni caso”
”In tal caso, amico mio…benvenuto all’inferno”
L’11 dicembre del 1994 le truppe russe invadono la regione, riuscendo a raggiungere la capitale Grozny nel marzo 1995. La crisi cecena fatica a terminare nonostante gli accordi di Khasavyurt del 1996, in seguito ai quali le truppe russe si ritirano. Tuttavia, continua ad imperversare nella terra cecena una guerriglia tra i diversi clan per la prevaricazione di un governo più o meno indipendentista e nazionalista.
In questa già complicata situazione si inserisce l’intervento comandato da Vladimir Putin dell’ottobre 1999, deciso in risposta a diversi attentati comminati verso civili russi nei mesi successivi. Tuttavia, un coinvolgimento ceceno in questi attentati non fu mai provato, sebbene gli attacchi vennero utilizzati come casus belli per riportare l’esercito russo in Cecenia.
“Ciao sorellina, mia cara, come stai? Le strade a casa devono essere già coperte di neve.
Qui, stelle stanno cadendo nel cielo al tramonto di Grozny. Ti prego, non dire a mamma che
sono in Cecenia”
La guerra di Cecenia si concluse solo nel 2009, dopo l’elezione alla presidenza della regione del filorusso Ramzan Kadyrov, figlio dell’ex presidente Akhmad, ucciso dai guerriglieri. In quell’anno, il presidente Dmitry Medvedev, prestanome del sempre presente Putin, annunciò che la Russia aveva terminato le operazioni contro-insurrezionali.
L’operazione per mantenere sotto il proprio controllo una delle regioni più ricche di petrolio dell’intera Federazione Russa, che facilita l’accesso al Mar Nero e al Mar Caspio, venne quindi presentata ai russi come una “operazione anti-terrorismo”, portando la popolarità di Putin alle stelle e garantendogli la vittoria per le elezioni presidenziali nel marzo del 2000, annunciate da Boris Eltsin nel discorso alla nazione del 31 dicembre 1999.
In Georgia
Se già negli anni successivi Putin aveva avviato diversi procedimenti di repressione delle libertà, in primis quella di stampa, il punto di svolta fu tragicamente segnato dalla presa di ostaggi nella scuola di Beslan, nell’Ossezia del Nord, dove una trentina di terroristi ceceni occupò la scuola nei primi giorni del settembre 2004. Gli ostaggi furono circa 1200 fra bambini, genitori e insegnanti. Una fallimentare operazione delle forze speciali russe segnò l’inizio di una carneficina che portò alla morte di 330 persone, tra cui 186 bambini.
(l'Europa non intervenne in Cecenia per lotta al terrorismo islamico)
Poco meno di due settimane dopo l’attacco, il leader del Cremlino pronunciò un discorso che anticipava una serie di riforme volte, ufficialmente, a favorire la lotta al terrorismo:
”Da parte di rappresentanti del potere, la compassione, le lacrime e le parole di sostegno non possono bastare. Bisogna agire. Bisogna aumentare l’efficacia degli organi di potere per risolvere la complessa situazione che il Paese deve affrontare”.
Putin afferma così di voler rafforzare la “verticale del potere” e consolidare l’autorità del presidente sul territorio e sugli organi dello Stato. In particolare, l’elezione diretta dei governatori degli oblast fu abolita e sostituita con un sistema di nomina presidenziale; inoltre, vennero modificate le regole per l’elezione dei membri della Duma, con un ruolo molto più forte per i partiti federali, riducendo il pluralismo regionale e rafforzando il controllo del centro.
Nell’ottica di questo accentramento, il 7 agosto 2008 le truppe della Federazione Russa violarono il confine con la Georgia, avanzando nella regione di Tskhinvali in Ossezia del Sud.
La Georgia aveva formalmente ottenuto l’indipendenza nel 1991 in seguito alla dissoluzione dell’Unione Sovietica, tuttavia era ancora profondamente segnata da profonde divisioni politiche ed etniche. Nel 2004 aveva preso il potere il nazionalista Mikheil Saakashvili in seguito alla pacifica rivoluzione delle Rose. Egli orientò il paese in un percorso di integrazione Europea e Occidentale, allontanandosi dall’orbita russa e arrivando anche a chiedere l’adesione alla NATO. Questa politica di avvicinamento provocò la reazione di Mosca.
Per cominciare, il governo russo iniziò a fornire supporto alle regioni separatiste dell'Abkhazia e dell’Ossezia del Sud. Queste due regioni si erano rifiutate di riconoscere l’indipendenza georgiana già all’inizio degli anni ‘90, instaurando un’autonomia de facto e fornendo alla Russia terreno fertile per destabilizzare dall’interno il potere georgiano.
Successivamente, il 1 agosto 2008 un ordigno esplosivo fece saltare in aria una camionetta della polizia georgiana, ferendo cinque agenti. In seguito alla risposta georgiana che uccise 5 agenti osseti, le truppe separatiste avviarono una serie di attacchi di artiglieria verso i villaggi georgiani. Per ristabilire l’ordine, le forze di difesa georgiane presero il controllo di Tskhinvali, capitale dell’Ossezia del Sud.
Questa operazione provocò la reazione militare russa: come spesso è accaduto nei vari mandati di Putin, la Russia utilizzò come giustificazione dell’attacco la protezione di minoranze russofone. Gli osseti, infatti, non si riconoscevano nella nuova Georgia quanto più come parte integrante della Russia, tanto più che l’Ossezia del Nord rientrava già nelle regioni amministrative della Federazione.
Nonostante la tenacia delle difese georgiane, l’esercito russo ottenne il controllo di gran parte dell’Ossezia del Sud e dell’Abkhazia, consolidando la separazione di queste regioni dalla Georgia e riconoscendone l’autonomia nel 2008. È interessante notare come tra i pochi stati che riconoscono l’indipendenza delle regioni citate si trovino la Transnistria e il Nagorno-Karabakh, altri territori contesi con dinamiche similari. A riconoscerne l’indipendenza fu il presidente russo Medvedev, successore di Putin per un mandato-fantoccio (durante il quale comunque ricopriva la carica di premier) che permise al “mago del Cremlino” di avallare il limite di mandati consecutivi, prima di essere rieletto presidente ad interim e aver cambiato la costituzione permettendosi di rimanere al potere fino al 2036.
Il 12 agosto 2008, sotto la mediazione francese di Nicolas Sarkozy, fu raggiunto un accordo di cessate il fuoco che prevedeva il ritiro delle truppe russe e georgiane dalle aree di conflitto. Tuttavia non venne mai applicato totalmente e le truppe russe rimasero stanziate nelle regioni separatiste. Il conflitto dimostrò così che la nuova Russia di Putin, quella post-Beslan, forte e autoritaria non aveva bisogno di negoziazioni né di permessi per “difendere” i propri interessi, e soprattutto evidenziando come l’uso della forza non avrebbe avuto conseguenze reali.
Il consolidamento dell’impunità russa arriverà qualche anno dopo, in Ucraina.
In Ucraina
Alla fine del 2013, il governo ucraino di Yanukovich virò bruscamente la sua politica pro-europea verso una filorussa, in seguito alle pressioni ricevute dalla Russia stessa.
Il 24 novembre 100 mila persone nella sola Kyiv, insieme alle altre città ucraine, scendono in piazza per supportare l’integrazione europea, donando a questa serie di manifestazioni l’appellativo di
EuroMaidan. Le stesse manifestazioni si svolgono anche in Crimea e nel Donetsk. Una successiva manifestazione, pochi giorni dopo, viene brutalmente soppressa da un reparto antisommossa della polizia, lasciando l’Ucraina spettatrice del primo brutale pestaggio di manifestanti pacifici.
Il susseguirsi di manifestazioni sempre più partecipate, in risposta a leggi sempre più stringenti porta ad un escalation di violenza, culminata il 18 febbraio 2014 quando, tra le strade di Kyiv, le forze di sicurezza filogovernative aprono il fuoco dapprima con proiettili di gomma e poi con munizioni vere, gas lacrimogeni e granate stordenti. Undici dimostranti rimasero uccisi. Gli scontri non accennavano a placarsi, e le posizioni filogovernative assumevano atteggiamenti sempre più violenti, portando il 21 febbraio alla votazione da parte del Parlamento, seppur non approvata, della messa in stato d’accusa di Yanukovich.
Il 22 febbraio il Parlamento dichiarò la poltrona di Yanukovich vacante, in quanto egli era fuggito verso la Russia. Così, vennero indette nuove elezioni presidenziali previste per il 25 maggio.
Perdere l’Ucraina avrebbe significato per Putin perdere un asset troppo importante in favore dell'Occidente. Così, in risposta ai moti democratici ucraini, a partire dal 26 febbraio, forze militari russe senza insegne iniziarono ad occupare siti strategici nel territorio della Crimea, arrivando poi a bloccarle le basi militari ucraine presenti nella zona. Venne instaurato un governo filorusso, annunciando un referendum sullo status della Crimea, da svolgersi durante l’occupazione russa.
“Sorprendentemente” il risultato del referendum fu a favore dell’annessione alla Federazione Russa, rendendo la penisola de facto incorporata nel territorio russo.
Chi è? O meglio, cos'è Putin
Dopo aver analizzato i fatti che più hanno caratterizzato i suoi mandati, anziché chiedersi cosa abbia fatto Putin, bisogna chiedersi “Chi è Putin?”. O sarebbe meglio dire cos’è Putin?" Perché più che un leader di un paese sembra rappresentare il paese stesso.
Kissinger scrisse di lui:
“Sembra uscito da un libro di Dostoevskij"
perché Putin non guida la Russia, la incarna. Putin si fa interprete e non autore di un impero che ha perso l’incontro con gli Stati Uniti per KO tecnico ma il cui massimalismo non sembra essersi esaurito. Dopo un iniziale momento di riallineamento (di cui parleremo nell’articolo) la Federazione Russa si è posta in continuità con l’Unione Sovietica, la Russia Zarista e lo ha fatto sempre con Vladimir Putin alla testa. Il grande merito del “Mago del Cremlino” è stato quello di conciliare l’eredità zarista e quella comunista, rafforzare il ruolo della Chiesa ortodossa e la memoria degli anni dell’URSS, erigendo monumenti a Stalin per esempio, il secondo leader più longevo alla guida della Russia proprio dietro Putin.
Gli elementi comunista e zarista sono stati utilizzati soprattutto in politica estera nelle varie guerre che hanno interessato l’Orso negli ultimi 30 anni. La narrazione impostata da Putin per giustificare le guerre condotte nell’Estero Vicino corre in particolare su due direttive: la riaffermazione della Russia negli spazi che furono dell’Unione Sovietica (quindi nella sua ottica russi) e l’allontanamento dei nemici dai confini russi in pratica creando delle zone cuscinetto.
Questi due aspetti sono riscontrabili in ogni azione che Mosca ha intrapreso nei confronti dei suoi vicini e gli esempio più plastici sono la Crimea e l’Ucraina:
“Non si tratta solo di proteggere la Crimea ma la nostra stessa indipendenza, la
nostra sovranità e il nostro diritto di esistere”
disse Putin ad una conferenza stampa del 2014. Questa dichiarazione non si discosta molto da una frase attribuita a Caterina II (la Grande) imperatrice di Russia dal 1762 al 1796, secondo cui
“Non ho altro modo per difendere i miei confini che estenderli”
Europa dormiens, nunquam titillandus
Sebbene la reazione occidentale non tardò ad arrivare, escludendo la Russia dal G8 e imponendole sanzioni, i fatti degli ultimi anni rendono evidente quanto i goffi tentativi di contenere le mire russe con semplici mezzi economici e una sostanziale inazione siano stati un totale fallimento. La strategia europea, riassumibile con “un colpo al cerchio, uno alla botte” ha permesso a Vladimir Putin di fare dell’Heartland di cui parlava Mackinder il suo giardino di casa.
Già dal conflitto ceceno, infatti, i leader occidentali esercitarono una eccessiva prudenza nei confronti delle azioni del Cremlino, in quanto le relazioni tra i due blocchi stavano attraversando il momento migliore degli ultimi 50 anni. L’eccessiva cautela diplomatica ha permesso che in Cecenia si consumasse un genocidio, che un’intera regione venisse assoggettata, già dagli interventi di Yeltsin, all’ostinazione di una non più potenza a preservare ciò che in passato le aveva permesso di contrapporsi al blocco occidentale.
È dal 1994 dunque, che la Nato, l’Unione Europea e i singoli stati europei hanno costruito le fondamenta per i conflitti odierni, per la seconda guerra (non troppo) fredda che ci troviamo a vivere. Sono stati i capi di Stato e di governo del 1994 che hanno insanguinato dapprima la
terra cecena, poi quella georgiana e da 12 lunghi anni quella ucraina.
“La storia si ripete sempre due volte: la prima come tragedia, la seconda come farsa”
diceva Karl Marx. Ebbene, nonostante l’appeasement esercitato dall’Europa nei confronti
della Germania Nazista trascinò l’intero continente prima e il resto del mondo poi nel conflitto
peggiore a cui l’umanità abbia assistito, questa politica si è riproposta meno di un secolo
come farsa. Mentre alle Nazioni Unite si era così veloci e convinti nel condannare e fare la
voce grossa, nei fatti la Russia rimase tra i membri del G8 fino al 2014, nonché partner
commerciale dell’Unione Europea in quanto tale fino al 2022, dopo 8 anni di conflitto in
Ucraina. Oggi, se il sangue ceceno, georgiano e ucraino scorre per le strade di Mosca è
perché noi siamo stati miopi, anzi ciechi nel non capire che con i dittatori non ci si tratta, li si
combatte. Crogiolati nell’idea che “la Storia è finita”, abbiamo voltato le spalle, abbandonando ad un triste destino fratelli europei.
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