mercoledì 17 dicembre 2025

Thailandia e Cambogia hanno ripreso a farsi la guerra: la "tregua di Trump" e il passato coloniale dei due Stati

Dicembre 2025. Mentre il mondo sperava che la "Tregua di Trump" potesse congelare le tensioni nel Sud-est asiatico, il confine tra Thailandia e Cambogia è tornato a essere una zona di guerra. Quello che doveva essere l'anno del boom economico, con un interscambio commerciale proiettato verso il record di 15 miliardi di dollari, si chiude invece con un bilancio di guerra: tra i 30 e i 35 morti, tra i 300.000 e i 600.000 sfollati e la sospensione, di fatto, delle relazioni diplomatiche tra Bangkok e Phnom Penh. L’escalation di luglio non ha solo fatto saltare i nervi alle cancellerie internazionali e umiliato le ambizioni da Nobel della Casa Bianca; ha riaperto ferite che molti credevano guarite. Dietro lo scambio di artiglieria pesante tra i templi di Ta Muen Thom e Preah Vihear non c'è solo una disputa per qualche chilometro quadrato di giungla o per le risorse energetiche del Golfo di Thailandia.

C'è il fallimento della modernità politica di fronte ai fantasmi della storia.

La caduta del governo a Bangkok e la rigidità nazionalista di Phnom Penh ci dicono una cosa sola: le linee tracciate sulle mappe dai colonizzatori francesi un secolo fa continuano a sanguinare ancora oggi. Per capire perché due nazioni buddhiste siano tornate a spararsi, dobbiamo guardare oltre la cronaca di questi mesi e immergerci nelle ferite mai rimarginate dell'Indocina coloniale.

Le profonde radici storiche del conflitto tra Thailandia e Cambogia hanno dimostrato non solo che l’intervento diplomatico dell’amministrazione Trump e l’utilizzo della pressione economica nei conflitti spesso e volentieri non sono abbastanza ma soprattutto che, ancora oggi, la storia coloniale ha delle ricadute potentissime nell’attualità, in particolare quando le potenze straniere tracciano arbitrariamente i confini degli Stati. 

Cause storiche: il passato coloniale 

Se volessimo scegliere una data precisa per raccontare la storia del confine, che si estende per circa 820 km tra Thailandia e Cambogia, dobbiamo necessariamente partire dal 1867 quando il regno di Thailandia riconobbe il protettorato francese sulla Cambogia in cambio delle provincie di Battambang e Angkor (le cosiddette “Alsazia e Lorena” Cambogiane). Questa scelta venne fortemente osteggiata dal Re Cambogiano e in un certo senso rappresenta l’inizio della contesa geografica.

La linea di confine attuale tra i due paesi risale al 1907, anno in cui, mediante un trattato, Thailandia e Francia (la Cambogia faceva anche parte dell'Indocina Francese) concordarono il ritorno delle province di Battambang, Siem Reap e Sisophon alla Cambogia. Alla Cambogia veniva assegnato anche il tempio di Preah Vihear e per questo motivo montò un forte risentimento tra i thailandesi.

Con la sconfitta nella battaglia di Dien Bien Phu e la firma degli accordi di Ginevra nel 1953, la Francia perse le sue colonie in Indocina e la Cambogia divenne uno stato sovrano. Con l’indipendenza cambogiana i confini con la Thailandia tornarono ad essere oggetto di discussione e quest’ultima stanziò le sue truppe nel tempio conteso di Preah Vihear. Nel 1962 il tempio venne riconosciuto dalla Corte Internazionale come cambogiano, ma la zona a Nord dello stesso rimase sotto il controllo thailandese. Questo portò a moltissime proteste in tutta la Thailandia che alla fine dovette accettare malvolentieri la decisione della Corte Internazionale.

Luglio 2025: la riapertura del conflitto

Nel Luglio di quest’anno nella stessa zona scoppiarono alcune mine anti uomo che colpirono soldati Thailandesi. La risposta dei governi fu quella di richiamare i rispettivi ambasciatori e di chiudere i confini, bloccando anche i movimenti di cittadini di paesi terzi tra i due paesi. Nello stesso mese vicino ad un altro tempio conteso, quello di Ta Muen Thom, soldati da entrambi i fronti iniziarono a spararsi a vicenda, causando 30 morti, 200 mila sfollati e danneggiando, secondo i governi, parte del tempio.

Pochi mesi prima, a maggio, un soldato dell’esercito cambogiano fu ucciso durante uno scontro con le truppe thailandesi. Nonostante l’intervento di Donald Trump, ossessionato dal Nobel per la pace che, a detta sua, lo aiuterebbe ad andare in Paradiso (una sorta di salta-fila) e quello della Cina alle nazioni unite (Thailandia e Cambogia comprano armi dalla Cina e hanno buoni rapporti con gli USA) gli scontri si sono estesi notevolmente durante il periodo estivo.  

Scontra fra due culture

Ai nostri occhi la questione dei due templi contesi potrebbe sembrare superficiale o non sufficiente a causare uno scontro armato. In realtà nel caso del Tempio di Preah Vihear stiamo parlando di un tempio che nel 2008 fu inserito tra i beni dell’UNESCO, riconoscimento che fomentò le rivendicazioni Thailandesi, nonostante l’architettura Khmer e Induista del tempio. 

L’impero Khmer controllò buona parte dell’Indocina tra il IX e il XV secolo, fu un grande impero che sorse dall’antica civiltà del Regno di Chenla, arrivando fino alle zone della Cina Meridionale. Il territorio e la cultura Khmer vennero entrambi ereditati dall’attuale Cambogia, lo stesso nome “Cambogia” deriverebbe dalla trascrizione Khmer e la popolazione di etnia Khmer costituisce la maggioranza degli abitanti. La Thailandia d’altro canto ha radici nella cultura Ayutthaya, cultura che si riferisce al Regno di Siam (1350-1767), detto anche Regno di Rattanakosin, tutt’oggi visibile nelle rovine del parco storico di Ayutthaya, anch’esso patrimonio dell’UNESCO. 

Altri casi di monumenti contesi

La centralità dei templi nel conflitto tra Bangkok e Phnom Penh non è un caso isolato, in altre occasioni  infatti è stata centrale la localizzazione di un monumento e di un patrimonio storico tra un confine o l’altro. Il caso più eclatante e vicino a noi è quello del “Monte del Tempio” per gli Ebrei (che rimanda alla questione del Tempio di Salomone) e della “Spianata delle Moschee” per i musulmani; area che ospita monumenti storici centrali per entrambi i popoli, come il muro del pianto o la moschea al-Aqsa. Un secondo caso può essere quello di vari santuari contesi tra Serbia e Kosovo , come il Monastero di Visoki Dêcani, che va a far parte di un gruppo di santuari ortodossi serbi iscritti nella lista UNESCO e situati in Kosovo  che tutt’oggi non è riconosciuto dalla Serbia. 

Il controllo di questi siti è fondamentale per l’affermazione della propria cultura e potenza su quella del vicino. Mentre alle nostre latitudini questioni come questa assumono contorni umoristici, là fuori vengono prese molto sul serio. 

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