martedì 27 ottobre 2026

Il fascismo non è nient’altro che la difesa del proprio orticello

In seguito alla crescente popolarità dei partiti di ultra destra, un grido divampa per le strade d’Italia e tutta Europa “al fascista! Al fascista!”. Queste denunce, invece che svelare qualcosa di assolutamente necessario da denunciare, potrebbero riprodurre un grido al lupo che rischia di creare i risvolti preannunciati da Esopo, confermando certe idee e compattando il fronte con la scusa del “noi non siamo fascisti, il fascismo non esiste più, cosa serve dichiararsi antifascisti?” con pecoroni annessi: certamente è vero che quel fascismo non esiste più, quindi i pecoroni hanno anche ragione; se non fosse che non è un motivo valido per dare via libera ad un manico di manigoldi. 

Se si affrontasse il tema con atteggiamento critico, sarebbe piuttosto semplice osservare che – certamente – una forma tradizionale di fascismo è, ad oggi, impensabile; ma anche che, guardando meglio, una certa logica fascista non ha mai abbandonato i nostri popoli e andrebbe assolutamente messa in discussione.

Se ci si pensa, in fondo, riferendosi al fascismo italiano tradizionale, non ci si riferisce a nient’altro che alla strenua difesa del proprio orticello. 

Il fascismo - nuovo fascinoso fare populista che forse mai prima era esistito nella storia - ha essenzialmente avuto senso per questo mo’ di difesa personale: erano gli anni in cui il partito socialista rivoluzionario toccava consensi impensabili, in cui le campagne ardevano. Il fascismo mussoliniano ebbe l’accortezza di annusare la necessità di assecondare la voce dei «piccolo-borghesi odiatori»: i ceti medi abbattuti dalle speculazioni di guerra; gli ex militari - oltre ai mutilati - che non accettavano di perdere il potere del grado e tornare ad essere declassati nella normalità; i piccoli proprietari terrieri che avrebbero ucciso pur di non perdere la terra acquistata dopo Caporetto; insomma, lavoratori demoliti dalla fatica. Ebbene, il sogno di Mussolini nacque proprio da questa necessità di cura all’ego di tanti feriti dalla vita.

Ecco dunque cosa fu il fascismo, il braccio armato della borghesia, perché se all’inizio solo i dimenticati reduci delle imprese alpine ascoltarono le parole del futuro dittatore, poi sciami di impiegati, tranvieri e liberi professionisti si unirono al coro d’odio. Tutte persone “normali”  comunque: ed è proprio questo il punto da riconoscere, che i fascisti «sono lo strato intermedio, il travaglio profondo di una crisi psicologica d’insicurezza del piccolo-borghese imbestialito perché teme di perdere tutto non avendo ancora abbastanza». 

Ed è proprio a queste prime necessità che tentava di rispondere il movimento fascista: un movimento che oggi definiremmo anti-establishment, populista; il fatto che poi esso sia diventato una cozzaglia conservatrice filo-monarchica alleata con la classe dirigente è una questione di potere che va al di là della presente discussione. Il tema è la necessità antropologica a cui il fascismo rispondeva, non tanto la già ben nota evoluzione del movimento in sé, non alle necessità materiali che i regimi liberali avevano deluso. Tale necessità era (ed è ancora oggi) connessa a certi sviluppi maldestri del capitalismo.

Ecco, quello che ho brevemente accennato è – come lo definirebbe Pasolini – il «paleofascismo», dunque la forma originale di fascismo nata su un humus culturale ben specifico fatto di analfabetismo popolare e «umanesimo cencioso» dei ceti medi: condizioni che ad oggi (ma già nel ‘74 stando alle parole dell’autore friulano) non sussistono. Richiamare, dunque, l’attenzione su presunte posizioni fasciste (o mancate posizioni antifasciste) risulta piuttosto retorico ed inutile, se non, addirittura, dannoso. Sì è vero, La Russa ha il busto in casa ed è vicepresidente del Senato, e quindi? Personalmente condanno più il fatto che dal ‘46 ad oggi non sia passato giorno senza un La Russa in Parlamento, piuttosto che il signor Ignazio abbia il busto in salotto; è evidente che la nostra sia una Costituzione anti-fascista ecc., ma denunciare questo cosa comporta oltre che a compiacere chi già condanna il fatto? Ciò che è necessario analizzare, per comprendere quello che avviene oggi, è, evidentemente, l’humus culturale odierno: una grande cloaca omologata, ieri dalla televisione, oggi dai social media (il concetto di trend mi pare fin troppo esemplificativo in tal senso); proprio in questa omologazione dilagante si nasconderebbero le nuove forme di fascismo che, nonostante i richiami al passato con slogan come “Dio, Patria e Famiglia”, vanno oltre; certo, con Meloni è funzionato il suo motto di essere donna, italiana, cristiana ecc: ma era evidentemente un esercizio retorico. Quando Vannacci ha parlato dell’abolizione dell’aborto lei si è schierata contro: certo è donna, italiana, cristiana ma soprattutto è moderna e pragmatica ed anche a lei un’Italia senza supermercati e centri commerciali; senza libero mercato; scomoda ed eroica; senza televisore né computer; senza Nike ed Adidas; senza aborto e divorzio; con le donne semi-velate; un’Italia così apparirebbe anacronistica anche a Meloni ed ai suoi elettori. 

Sono infatti dell’idea che proprio queste espressioni più dure del Generale segneranno il suo limite verso un’ascesa paragonabile a quella dell’attuale Premier: l’Italia ormai è troppo educata all’edonismo per accettare certi limiti, per accettare la leva obbligatoria; questo vale anche per la sinistra, sia chiaro, ma l’allarme comunismo non riecheggia per le strade e non è ancora il momento di parlarne. Attenzione, comunque, ciò che segnerà il limite di Vannacci saranno le parole dure su sé stessi, inerenti dunque all’autocontrollo e all’autolimite, e non le parole dure verso gli altri: l’abominio della remigrazione gli porterà voti; per questo, comunque, ha ancora senso parlare di fascismo.

Il punto è che riferendosi – nel 2026 – al concetto di fascismo, è necessario essere consapevoli che tale appellativo sia «una definizione puramente nominalistica», si parla di fascismo nominale e non tradizionale; si parla di prendere in prestito un concetto ombrello che si riferisce ad un modo di fare politica atto a compattare una parte di corpo sociale sulla base di ciò che ha in comune e proiettare tutto l’odio accumulato su chi invece è diverso. 

Con questo fascismo nominale ci si riferisce alla ferocia della falsa tolleranza omologante e conformista: nessuno potere ha mai puntato tanto al conformismo e all’oppressione del sé quanto quello consumistico: è il principio su cui si basa la pubblicità, conformarsi a qualcosa che ancora non sei. In questo si nasconde l’«omologazione repressiva». 

Quindi, il primo punto del nuovo fascismo nominale è quello di basarsi su un generale senso di omologazione consumistica; il secondo è sempre connesso al consumismo (che è dunque la traduzione concreta del Potere vigente) ma con risvolti differenti, e concerne il rapporto umano-umano e cittadino-politica. La questione viene sottolineata dal sociologo Zygmunt Baumann che riflette sul rapporto soggetto-oggetto: qualcosa viene definito soggetto o oggetto non in base a qualità intrinseche, bensì alla relazione che instaura con qualcos’altro; soggetto è ciò che decide e lega, oggetto è ciò che subisce e viene legato. 

Tale relazione è, ad oggi, slittata sulle persone stesse, creando forti asimmetrie: se nel modello consumistico si applicava inizialmente la relazione soggetto-oggetto nei confronti alla relazione consumatore-bene di consumo, con il tempo, la presente relazione si è spostata anche sulle persone e sulla politica: quando uno dei due soggetti diviene oggetto, si perde quella simmetria originale del rapporto soggetto-soggetto che comporta attivazione da parte di entrambi. 

La costante attesa – con conseguente disattesa – che un determinato partito politico si elevi e cambi tutto (questione alla base del populismo) non può che essere la traslazione di questo modello sulla politica: dove la cittadinanza non è più attiva e diviene opinione pubblica, dove la politica non è più diffusa e si chiude nei palazzi alla ricerca della ricetta giusta per i consumatori di turno. La politica diviene bene di consumo e il cittadino consumatore di politica e allora si apre lo spazio per partiti che richiamano l’autoritarismo: offrono un nuovo prodotto infallibile, ma la politica non è infallibile.

Ecco, questo modo tutto moderno di vivere le relazioni umane ha spianato la strada ai totalitarismi per almeno tre motivi: 

  1. le persone si sono disabituate al conflitto e alle frizioni tipiche di un rapporto partitario soggetto-soggetto e cercano soluzioni semplici e lineari che eliminino le interferenze di ogni tipo; 

  2. le persone sono sempre più deluse dalla politica che non riesce a rispondere alle esigenze emergenti, se non fosse che la politica è una questione diffusa e non un’azienda che deve modellare il mondo a gusto dei propri consumatori; 

  3. la cittadinanza, perdendo questo titolo a favore di quello di consumatore, non è più interessata a partecipare al processo di produzione politica, è interessata solamente ad avere un prodotto adatto alle proprie esigenze.

Tutto questo è alla base di un certo modo di fare politica che è possibile definire fascista, ma, appunto, in senso nominale; ed è possibile farlo non per gusto del vintage, ma perché il fascismo non si è mai espresso attraverso un manifesto programmatico preciso, bensì attraverso una politica pratica che ha tracciato un modello che è possibile rivedere in nuovi contesti. 

Fascisti sono coloro che pretendono di essere gli unici soggetti in un mondo di oggetti. Vannacci ora, Meloni prima e Salvini prima ancora sono immediatamente correlabili a questo epiteto perché non nascondono certi riferimenti - più o meno espliciti e solo per fini elettorali - ad un certo paleofascismo. Ma l’atteggiamento è – più o meno – comune a tutti gli schieramenti politici. Certo, tra il male vi è sempre il peggio e quindi ha ancora senso votare e partecipare, anche perché il fatto che il Potere sia culturale e faccia leva sulla cultura non significa che non ne esista una declinazione prettamente concreta: il fatto che Mattei e Pasolini siano stati ammazzati; l’operazione Gladio o il macello durante il G8 di Genova; i ddl sicurezza e l’ambiguo rapporto con la libertà d’espressione e di manifestare; la disumanizzazione delle persone immigrate sono questioni concrete che fanno parte del quadro e il fatto che gli schieramenti politici parlino dei suddetti temi in un modo piuttosto che in un altro è comunque indicativo.

La questione, dunque, è molto semplice: se oggi si parla di ritorno del fascismo, si parla in realtà di un egoismo prevaricatore che non è mai scomparso, ma che ha solo cambiato vesti. Siamo un popolo frammentato che guarda il proprio orticello e che non fa troppa fatica a calpestare quello altrui pur di mantenere intatto il proprio.

È infine necessario chiedersi se tale frammentazione sia – in ultimo luogo – frutto solo di una contingenza ambientale o di un fatto ontologico insito nell’essere umano: chi vede tale individualismo occidentale come frutto (tra gli altri aspetti) di una cultura cristiana millenaria, chi lo vede come pericolo inevitabile dell’essere umano; il fatto è che ambedue le vedute trovano una sola soluzione: la rivoluzione, essa sia collettiva o personale, spirituale. 

Il fatto è semplice: è mettersi in discussione, attuare una rivoluzione, insieme agli altri per cambiare l’ambiente o intimamente, lasciando spazio all’amore per il prossimo. Bisogna mettersi in discussione e attuare una rivoluzione, oppure, semplicemente, accettare il proprio stato di immobilità e pretesa narcisista, di fascista. Però, per favore, basta con queste condanne urlate a squarciagola solo per avere la coscienza a posto, perché quando un Generale Vannacci si alza al mattino con le sue goffe proposte sull’abolizione dell’aborto o sulle tasse sulle bestemmie ci sta solo ricordando – anacronisticamente – chi siamo sempre stati.

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