La Svolta Autoritaria del Futuro Nemico di Israele
La Turchia oggi
Il vertice NATO del 7 Luglio ad Ankara ha rappresentato una vetrina internazionale per Erdogan: mentre all’interno del paese si intensificano crisi economica, repressione e arretramento dello stato di diritto, la Turchia consolida la propria immagine di protagonista sulla scena globale. Dall’Ucraina al Caucaso, dal Golfo Persico alla Striscia di Gaza, Ankara ha cercato negli ultimi anni di ritagliarsi un ruolo nei principali conflitti internazionali, mantenendo aperti canali di dialogo tra attori contrapposti. Non è un caso che, nei primi mesi della guerra tra Russia e Ucraina, quando le parti sembravano avvicinarsi a un possibile compromesso negoziale, gli incontri si siano svolti proprio a Istanbul, città tra Europa e Asia, sede di quelli che sarebbero poi stati definiti “accordi di Istanbul”.
In realtà l’immagine della Turchia come mediatore nei conflitti internazionali è stata spesso messa in discussione. Da ultimo, il presidente Erdogan, intervenendo il 10 giugno davanti al Parlamento di Ankara, ha definito Israele, altro protagonista della regione, come “una rete di massacri che ha fatto del terrorismo e dell’occupazione la propria politica di Stato”. Da oltre un anno numerosi analisti internazionali segnalano il rischio di un crescente confronto tra Turchia e Israele, soprattutto dopo l’inasprimento delle tensioni regionali e il sostegno espresso da Ankara alla leadership Iraniana. In questo contesto, l’ex primo ministro Israeliano Naftali Bennet ha definito la Turchia “il nuovo Iran”.
Tuttavia per comprendere la Turchia contemporanea non basta osservare la sua politica estera. All’interno dei confini nazionali è in corso da anni un processo che molti osservatori descrivono come una “progressiva erosione delle istituzioni democratiche”. La riforma costituzionale del 2017 ha concentrato ampi poteri nelle mani del presidente mentre la repressione del dissenso politico e delle voci critiche al governo nei media hanno suscitato crescenti preoccupazioni. Allo stesso modo le proteste scoppiate dopo l’arresto di Ekrem Imamoglu, ex sindaco di Istanbul, hanno riportato l’attenzione internazionale sulla situazione politica interna del Paese.
Alla base di questa trasformazione si trova una precisa visione ideologica promossa da Erdogan, distante dall’impostazione laica di Mustafa Kemal Atatürk, padre della Turchia moderna. Al contrario ,il presidente Erdogan, simbolicamente soprannominato “il Sultano”, sembra guardare con crescente interesse all’eredità politica e religiosa dell’Impero ottomano, sistema che Ataturk e i suoi sostenitori avevano smantellato con la nascita della Repubblica Turca.
Il passato ottomano
Le origini dell’impero ottomano risalgono alla fine del XIII secolo, quando Osman I ( o Othman) diede vita a quello che sarebbe divenuto uno dei più potenti imperi della storia. Da quel momento il principato si espanse, giungendo nel 1413 all’inizio di un percorso di espansione e successi militari. Nel 1453 il sultano Mehmed II pose l’assedio a Costantinopoli, capitale del morente Impero Bizantino, difesa da greci, veneziani e genovesi.
Tra le ragioni del successo ottomano occorre ricordare alcuni elementi strutturali della società. Ad esempio l’istituto dell’akhi, una forma di associazione tra corporazioni di mestiere che garantiva una notevole solidità socio-culturale, il quale unito alla ridotta pressione fiscale favorì il passaggio di molte popolazioni sotto il dominio ottomano. Importante anche l’istituto del millet, ovvero la garanzia del sultano di una certa libertà religiosa alle comunità non musulmane, elemento integrante dell’assetto imperiale. Per quanto riguarda l’esercito, il corpo più simbolico della macchina da guerra ottomana era sicuramente quello dei Giannizzeri, composto in parte da uomini selezionati e in parte da giovani reclutati tra prigionieri di guerra o attraverso il sistema del devsirme, in continuità con una tradizione tipica del mondo islamico (pensiamo ai Mamelucchi).
I giannizzeri costituivano la componente essenziale della fanteria globale ottomana, decisiva nelle battaglie che consentirono la nascita e l’espansione dell’impero.
A partire dal 2015, Erdogan ha introdotto una guardia d’onore composta da soldati in costumi storici, tra i quali spiccano anche le milizie dell’impero ottomano e, in particolare, i giannizzeri. Tuttavia i giannizzeri, allo stesso modo dei pretoriani nell’antica Roma, rappresentavano un pericolo per il sultano. Nel maggio del 1622, ad esempio, i giannizzeri deposero e assassinarono il giovane sultano Osman II. In maniera per certi versi analoga, durante il fallito colpo di stato del 2016, una parte delle forze armate turche (tradizionalmente laiche) cercò di arginare la crescente influenza politica del Sultano, portando quest’ultimo alla riforma dell’apparato militare.
L’impero raggiunse il suo apice nel XVI secolo sotto il governo di Solimano il Magnifico, attraverso una serie di campagne militari che portarono gli ottomani fino alle porte dell’Europa, come dimostrarono l’assedio di Vienna e le incursioni sulle coste italiane, tra cui quelle in Puglia. Con il passare dei secoli le lotte interne e i cambiamenti sociali condussero al progressivo declino dell’impero, culminato con la sua definitiva dissoluzione nel 1922.
L’eredità di Ataturk e la questione armena
Durante la prima guerra mondiale l’impero ottomano, già indebolito da decenni di difficoltà interne, si trovò a confrontarsi con le grandi potenze europee, intenzionate a ridimensionare i possedimenti del Sultano. Regioni come la Palestina, la Siria e la Mesopotamia diventarono oggetto delle ambizioni strategiche di Francia e Regno Unito (pensiamo al patto segreto Sykes-Picot del 1916) mentre il governo Ottomano faticava a mantenere il controllo effettivo sulle province periferiche.
La sconfitta e i progetti di spartizione territoriale previsti dal Trattato di Sèvres del 1920 accelerarono il crollo definitivo dell’impero. Da questa crisi emerse il movimento nazionalista guidato da Mustafa Kemal Atatürk, protagonista della nascita nel 1923 della Repubblica di Turchia e del passaggio da un impero a uno Stato nazionale moderno.
Oggi camminare per le strade di Istanbul significa vedere quanto la figura di Ataturk sia strettamente legata al popolo turco. Il suo volto è ovunque, dal Grande Bazar alle scuole. Tra le sue riforme più importanti é importante ricordare l’introduzione del suffragio universale, l’uguaglianza di genere e la modernizzazione dell’ordinamento giuridico, ispirato in larga parte dai codici europei tra cui quello Svizzero e Italiano. Questi cambiamenti segnarono una svolta profonda nella storia del Paese e contribuirono a ridefinire l’identità che tutti noi conosciamo.
Il problema è che dietro la nascita della Repubblica resta una delle pagine più controverse della storia turca: il genocidio degli armeni. Sebbene il massacro sia una parte del progetto del governo dei giovani turchi negli ultimi anni dell’impero ottomano, e non della Repubblica, questa vicenda continua a pesare sull’immagine internazionale della Turchia. Ankara rifiuta la definizione di “genocidio”, sostenendo che le morti siano avvenute nel contesto della Grande Guerra e contestando la ricostruzione storica condivisa dalla maggior parte degli Stati. Il tema negli ultimi mesi è tornato al centro del dibattito internazionale dopo l’approvazione da parte del governo israeliano di una proposta per riconoscere ufficialmente come genocidio le violenze commesse contro gli armeni, una decisione che deve ancora essere confermata dal Parlamento.
La nuova Turchia di Erdogan e i rapporti con l’Occidente
Tra le riforme più importanti di Ataturk non si può dimenticare l’introduzione della laicità dello Stato. Con la fondazione della Repubblica lo Stato venne separato dall’autorità religiosa, al contrario del passato ottomano. Questa eredità laica è stata progressivamente messa in discussione durante il lungo governo di Recep Tayyip Erdogan, salito al potere nel 2022 quando il suo partito, Partito della giustizia e dello sviluppo ( AKP ), ottenne la maggioranza.
Pur senza abolire formalmente il principio di laicità, Erdogan ha promosso una visione più conservatrice della società. In questo contesto si inserisce anche la sua progressiva svolta autoritaria, caratterizzata da una forte concentrazione del potere nelle mani del presidente. Dietro queste trasformazioni vi è anche una precisa scelta simbolica: prendere le distanze dal modello di Stato immaginato da Ataturk.
Sul piano internazionale la Turchia continua a occupare una posizione strategica all’interno della NATO grazie alla sua collocazione geografica tra Europa, Medio Oriente, Mar Nero e Caucaso, nonostante la sua politica estera sempre piu autonoma, come confermato dal dialogo con Mosca. L’esempio più evidente di questa svolta è stato quando l’acquisto del sistema missilistico russo S-400 nel 2019 provocò una grave crisi nei rapporti con gli USA e con gli altri membri della NATO, spingendo Washington a imporre delle sanzioni nei confronti dell’industria della difesa turca.
Negli ultimi anni, tuttavia, i rapporti tra Washington e Ankara hanno mostrato segnali di riavvicinamento. L’amministrazione Trump inoltre ha espresso interesse in un rilancio della cooperazione con la Turchia, considerata un alleato fondamentale per gli equilibri nel Mediterraneo, nel Mar Nero e in Medio Oriente.
Recentemente è stata discussa la possibilità di riesaminare le sanzioni e l’eventuale riapertura del dossier relativo allo F-35. Il valore che Ankara attribuisce al rapporto con gli USA viene espresso anche nel cerimoniale: durante gli incontri ufficiali con il presidente Trump, il protocollo e gli elementi scenografici richiamano alla grande storia Turca. Tra questi ha suscitato particolare attenzione un tappeto di color turchese utilizzato per accogliere Trump, un richiamo all’eredità dei Selgiuchidi, fondatori del vasto impero Selgiuchide nel 1037.
Un futuro nemico per lo Stato di Israele
In Israele alcuni movimenti di coloni, come i Bashan Pioneers, hanno promosso negli ultimi mesi la creazione di nuovi insediamenti nelle aree del Sud-ovest della Siria, occupate dall’esercito israeliano dopo la caduta del regime di Bashar al-Assad e l’ascesa al potere del nuovo presidente siriano Ahmad al-Sharaa nel dicembre del 2024.
Questa vicenda è centrale nei rapporti tra Turchia e Israele in quanto Ankara mantiene una consistente presenza militare nel nord della Siria (circa 10.000 militari), dove conduce operazioni contro le milizie curde, considerate terroristiche dal governo. Per questo un eventuale espansione delle operazioni militari israeliane verso Damasco o in aree in cui operano miliziani filo-turchi aumenterebbe il rischio di uno scontro diretto, con conseguenze gravissime per gli equilibri dell’intera regione.
Fra gli altri principali teatri di tensione va ricordata sicuramente la Palestina. All’inizio di Giugno il ministro dell’interno turco ha dichiarato di sperare di diventare “governatore di Gerusalemme” qualora la città “tornasse” sotto il controllo della Turchia. La storia in queste affermazioni riveste un ruolo centrale: Gerusalemme entrò a far parte dell’impero ottomano nel 1517, in seguito alla conquista della regione da parte del sultano Selim I, rimanendo sotto il dominio ottomano fino alla fine della prima guerra mondiale.
Oggi i rapporti tra Turchia e Israele attraversano una delle fasi più complesse degli ultimi anni e, sommati alla svolta autoritaria interna, rapgpresentano uno dei motivi per i quali a breve sentiremo tanto parlare della Turchia che, a detta di molti, potrebbe diventare “il nuovo Iran”.
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